Mo-tu proprio

 

                                                       

                                                                                       

                                     “Papà, voi siete adulti? La televisione vi dice che cosa dovete fare?”

                                                                

                                                                                                                ( Il piccolo Rocco P. )

 

 

Mo-tu proprio  è il primo manifesto che allievi e docenti del Liceo Scientifico di S. Cipriano d’Aversa hanno elaborato  per segnalare a se stessi e alle persone che vivono in questa terra che l’impegno per il riscatto della   dignità civile non può più essere differito.

Il dovere di lealtà ci impone di riconoscere che la situazione in cui ci troviamo è da imputare alla nostra responsabilità individuale e collettiva. Per decenni l’indifferenza e il silenzio hanno consentito che prendessero il sopravvento le forze moralmente più irresponsabili e culturalmente  più miopi: non solo quella  sanguinaria della camorra; ma anche quella arrogante della politica clientelare; quella spregiudicata dell’economia di spoliazione; quella  sordida del professionismo colluso; quella  parassitaria di dirigenti e amministratori pubblici privi di senso delle istituzioni. Queste componenti non hanno avuto la sensibilità, né la vocazione culturale né, tanto meno, l’interesse a favorire lo sviluppo di un’autentica dimensione civica, perché il costituirsi di quest’ultima avrebbe ostacolato l’affermazione del loro sistema di potere, basato su una trama di rapporti regolati dalla corruzione, dalla connivenza, dalla illegalità e dall’omertà. Non bisogna credere, infatti, cedendo alle semplificazioni mediatiche e alle mistificazioni demagogiche, che la camorra, intesa come fenomeno criminale, sia l’unico o il fondamentale fattore di soffocamento della nostra società; essa è solo l’aspetto più brutale di un ordine sistemico capillarizzato di interessi che concorrono in modo  pervasivo all’appropriazione violenta e distruttiva delle risorse pubbliche. Non è la causa del degrado civile, ma l’espressione più eclatante del mancato radicamento dei valori  democratici nella nostra comunità. Se fosse veramente la prepotenza camorristica l’unico nemico da combattere, allora l’azione di un contingente militare efficiente potrebbe bastare a farci superare questo periodo cosi lungo e infelice della nostra storia. Ma solo chi non vive nei nostri paesi e non ne conosce gli intrecci, macroscopici e microscopici, che legano tra loro molteplici interessi di ordine illegale, può credere che la nostra involuzione civile possa essere arginata da un conflitto militare con la camorra.  Solamente attraverso un processo endogeno di autoeducazione e autoresponsabilizzazione la nostra società può invertire questa tendenza; solo  facendo vivere concretamente nel nostro agire quotidiano i valori della civiltà, rispettando e facendo rispettare le regole della democrazia, opponendoci con fermezza a ogni privilegio, a ogni intimidazione, sia come singoli che come comunità, potremo affrancarci da questo stato di cose e dare vita a uno spazio pubblico-relazionale capace di valorizzare le migliori energie e di inaugurare una più dignitosa stagione della nostra storia.

Fino ad oggi, purtroppo, questa emancipazione non solo non si è realizzata, ma non si è neppure profilata all’orizzonte. Il desiderio di riscatto nei nostri paesi stenta ad affiorare. Esso viene proclamato dalle istituzioni locali come un dovere d’ufficio, piuttosto che realizzarsi come  metodologia  concretamente operante; né tanto meno sembra che  abbia assunto la consistenza di un sentimento profondo e diffuso tra i cittadini, tale da manifestarsi come qualcosa di più affidabile della  lamentazione estemporanea.

Ma è proprio l’acquiescenza della società di fronte al sistema di forze illegali che, di fatto, ha reso possibile che l’ordine da esse configurato venisse non solo tollerato, ma addirittura convalidato e corroborato da comportamenti di massa funzionali alla sua riproduzione. Le conseguenze di questa assuefazione si manifestano nell’avvilimento della qualità della vita urbana, nel deterioramento dello scenario fisico delle città e delle campagne, ma ancor di più nella mortificazione dei valori fondativi della comunità civile e nel restringimento degli orizzonti ideali e culturali della collettività.

I giovani, che  spesso vengono accusati di essere insensibili alle problematiche politico-culturali, sono in realtà coloro sui quali maggiormente pesano gli effetti del progressivo indebolimento del sentimento civico  e della gestione irresponsabile delle risorse della nostra terra. Qui da noi le nuove generazioni stanno sperimentando già  da anni cosa significa essere venuti al mondo dopo che le generazioni che le hanno precedute,   con i loro comportamenti miopi e insensati, hanno loro tolto la possibilità di vivere un’esistenza degna di questo nome. Nascere nel disastro ambientale, vivere nel deserto civile, muoversi in uno spazio urbano culturalmente appiattito, significa vedere pregiudicate in partenza la possibilità di esprimere vocazioni, di coltivare interessi, di nutrire aspettative. Avere avuto fin da piccoli sotto gli occhi le innumerevoli miserie che le strade, le piazze e il paesaggio urbano offrono quotidianamente, non è stato per loro una buona palestra di educazione civica.

Nel nostro territorio anche la scuola , al pari delle altre istituzioni pubbliche, stenta  a promuovere una cultura  della cittadinanza attiva, perché persevera nell’adozione di modelli stereotipati della didattica,  inadatti a motivare i giovani all’impegno civile. Al suo interno, la democrazia collegiale tende a cedere il passo a forme di gestione accentrata e talora consortiera  dei processi decisionali. Si pensi alla progressiva riduzione dei collegi dei docenti a organi di ratifica; a cui fa riscontro la degradazione delle assemblee  studentesche a momenti di  evasione di massa. Ma la scuola sta perdendo autorevolezza anche perché è sempre più permeata, al suo interno, da procedure e linguaggi tipici di una mentalità riduttivamente economicistica, che circoscrive i concetti di formazione e di cultura all’interno di una prospettiva puramente strumentale. In questo le nostre scuole  hanno seguito la generale deriva del sistema scolastico nazionale. In più, qui nell’agro aversano, il pullulare di scuole-diplomifici , l’imperversare di pratiche disgustose come la raccomandazione, e tante altre forme di contaminazioni importate dal territorio, hanno finito col minare la credibilità dell’istituzione scolastica, riducendo al minimo le potenzialità che l’azione formativa avrebbe potuto col tempo esercitare per il riscatto civile   dell’intera società.

Anche se a molti può sembrare  sconcertante, la scuola  ha  supinamente accettato il sistema di disvalori che dilaga nel nostro contesto ambientale; non ha cercato di   costituirsi come luogo culturalmente alternativo, come  forza eticamente attendibile. Da essa non si è levato alcun significativo segnale di resistenza, capace di coinvolgere gli studenti e di infondere in loro il desiderio di costruire o, per lo meno, di immaginare un più dignitoso futuro per la loro terra e un più significativo orizzonte di convivenza civica.

Le questioni, per noi vitali, della legalità, dell’impegno, della partecipazione, della difesa dell’ambiente, sono state incluse in modo solo protocollare nella quotidiana vicenda del dialogo educativo; non sono mai diventate materia viva di riflessione e di discussione, ma sono state relegate nella sfera delle attività accessorie, oppure sottoposte a un trattamento burocratico-protocollare, che ha finito col renderle vuote formule.

Anche il nostro liceo, nei suoi otto anni di vita, ha fatto poco rispetto a quello che avrebbe potuto fare. Eppure, la sua collocazione, nel cuore dell’agro aversano occidentale, avrebbe potuto costituire una straordinaria opportunità di crescita culturale e civile per tutto il contesto territoriale. Questa opportunità, fino ad oggi, non si è concretizzata per una serie di ostacoli e di debolezze che , dall’interno e dall’esterno, hanno limitato  l’emergere delle pur notevoli energie umane e intellettive dei giovani. Fortunatamente, però, nella nostra scuola, anche se tra molte contraddizioni, una vocazione alla riflessione critica  si è sempre mantenuta viva, impedendo che l’ideologia della forza fagocitasse la forza dell’intelligenza. Anche quando l’edificio scolastico è stato attraversato dal nichilismo distruttivo, o la comunità che vi opera è stata oggetto di intimidazioni, minacce e attentati, pur tra laceranti conflitti, si è manifestata una resistenza morale e civile che ha impedito il collasso definitivo della razionalità critica e dell’istanza dialogico-argomentativa. Questo impegno tenace, a difesa della dignità dell’agire educativo, si  è consumato nella microfisica dei rapporti quotidiani che sostanziano la vita della scuola, segnando spesso dolorose sconfitte ma anche significative vittorie. Tra le mura di questo liceo,  si è combattuta una lotta contro l’oscurantismo che alla fine ha dato i suoi frutti. L’indisponibilità a farsi normalizzare dalla mentalità mafiosa, ha trovato un corrispettivo  nell’indisponibilità a cedere alle tentazioni della ipocrisia istituzionalizzata e della autopromozione mediatica. Tutto ciò ha fatto in modo che qui da noi scoppiassero, in tutta la loro drammatica violenza, le numerose contraddizioni che si agitano nel  territorio, ma anche molte contraddizioni che attraversano  la società globalizzata. Nella “scuola del disastro”, in mezzo a tensioni, incongruenze e contrasti , ha potuto svilupparsi, in questi anni, una insospettata energia culturale, che oggi sente la possibilità e il dovere di esprimersi con un pensiero, con un agire e con un linguaggio non omologati, al fine di contribuire alla rigenerazione della società, dimostrando alle persone, spesso rassegnate, che ne fanno parte, che nella nostra terra c’è, soprattutto tra i giovani, una meravigliosa forza della mente e dell’anima, che anela  alla costruzione di un  mondo migliore di quello  ricevuto in eredità.

Riteniamo che sia giunto il tempo di mettere in movimento la lungimiranza dell’intelligenza, contro la miopia della furbizia. Si tratta di coltivare le risorse del pensiero critico, dell’immaginazione creativa, del rigore logico-argomentativo. Ma è anche indispensabile dispiegare la generosità, la moralità e il coraggio dell’intelligenza.  Riscoprire il gusto allo studio, dare all’esperienza intellettuale quella vitalità che sembra essere stata esiliata dalle scuole.  L’ambiente scolastico deve diventare un luogo pieno di fervore ideale, ricco di iniziative, volto alla  ricerca, all’approfondimento, alla sperimentazione, anche ardita,  di nuove metodologie di insegnamento e di studio. Fin da questo momento ci proponiamo  di scoprire il  pluriverso  mondo di possibilità offerto da quella meravigliosa realtà umana che è la skolè , nella quale ogni giorno si realizza il miracolo dell’incontro tra persone che pensano dialogando e che dialogano pensando. Solo riappropriandoci della scuola come luogo dell’otium e rigettando l’idea della cultura come negotium potremo comprendere l’impareggiabile piacere della scoperta e della conoscenza. In questi decenni  la società ha ceduto alla tentazione di inscrivere la formazione dei giovani nelle categorie riduttive dell’economicismo e della razionalità strumentale, credendo che per questa via potesse crescere la qualità dell’istruzione. I risultati di questa scelta sono sotto gli occhi di tutti. La scuola è un organismo morente, nel quale si parla di debiti e di crediti ma non  si impara l’economia; si quantifica tutto attraverso numeri e statistiche, ma nessuno più si appassiona alla matematica; si stendono programmi e verbali ridondanti, ma non si apprende a leggere, a scrivere e a parlare; si attivano corsi di recupero,  si aprono addirittura sportelli  educativi (sic!), ma non si insegna a pensare. Tradendo completamente il senso originario del verbo studere si  fa credere ai giovani che lo studio debba servire esclusivamente a raggiungere degli scopi, piuttosto che renderli consapevoli che esso è prima di tutto un modo di vita, un modo per dare senso e dignità umana alla nostra esistenza. Conseguentemente, per questa via, si delegittima l’idea stessa di cultura, cioè del colere, ovvero del prendersi cura di sé prendendosi cura del mondo che ci accoglie. Con una spietata coerenza  gli studenti vengono persuasi a credere  che tutto ciò che si fa a scuola  debba essere fatto in funzione di un test; che la cultura serva a rispondere a quiz e che studiare sia utile ad acquisire attestati per la compilazione di un curriculum. Questo linguaggio e questi messaggi  stanno disaffezionando completamente i ragazzi alla scuola, perché mettono in stridente contraddizione l’idea stessa di scuola con quanto in essa si fa. Perché un ragazzo o una ragazza dovrebbero appassionarsi alla inquietante bellezza della radice quadrata di due; essere incuriositi dall’elegante ragionamento logico che dimostra l’impossibilità di ascrivere quel numero all’insieme dei numeri razionali; essere spinti a considerare quali sorprendenti scenari esso apre nella matematica moderna, se poi questa modalità critico-problematica della conoscenza è smentita dalla richiesta di prestazioni acriticamente nozionistiche? Perché dovrebbero essere incoraggiati a trovare connessioni tra i diversi saperi e linguaggi, se la scuola è rigidamente incentrata sulla trasmissione compartimentata delle discipline?  Perché dovrebbero emozionarsi di fronte all’immagine  di un’opera d’arte se non ne hanno mai vista una dal vero nella loro vita?

La scuola tende a diventare sempre di più un fattore di inibizione e di deformazione paranoica dell’intelligenza, non solo di quella degli allievi , ma anche di quella dei docenti. Noi crediamo invece che essa possa diventare un luogo di fermento intellettuale, di autentica crescita umana, di sollecitazione di tutte le facoltà della  mente. In essa deve ridestarsi l’attitudine a pensare e ad agire motu proprio, al di fuori degli schemi conformistici e omologanti imposti dal potere massmediatico. Dobbiamo ritornare a fare reale esperienza del mondo e della realtà in cui ci muoviamo, sia sul piano locale che su quello globale, cercando, attraverso un impegno intellettuale serio e profondo, di interpretarla, di comprenderne le dinamiche interne, per poter prospettare ipotesi e metodologie dell’agire, che possano migliorare il nostro intorno ambientale e intersoggettivo. Non possiamo più esitare. Abbiamo capito che se vogliamo contribuire  al riscatto delle nostre città e delle nostre campagne dobbiamo essere noi, in prima persona, a testimoniare con lo studio , con l’impegno e con la passione civile che è possibile dare una diversa direzione alla storia.

Ma questa che sta per nascere dovrà essere una stagione caratterizzata da una netta frattura con le tante forme ipocrite, mistificatorie e propagandistiche di lotta per l’emancipazione. Ciò che vogliamo scrivere in questa scuola e fuori da essa sono pagine inedite. Non siamo disposti, come non lo siamo mai stati, a scrivere sotto dettatura. Non ci interessa, come non ci ha mai interessato il protagonismo mediatico, perché riconosceremmo  in esso il segnale più evidente del depotenziamento politico-culturale del nostro pensiero e del nostro agire. Per noi, aiutare la nostra terra a liberarsi dal miasma che la contamina, non significa  interloquire con  fantocci cartacei, con opuscoli pubblicitari o con fantasmi di altra natura, ma costruire rapporti umani comunicativi , stabilire un dialogo  libero, democratico e diretto, cioè agire politicamente, realizzando la pluralità attraverso il confronto tra individui consapevoli.

Si apre allora davanti a noi un fecondo scenario di idee,di proposte, di attività , di studi, di iniziative,  che dovranno avere come finalità,  da un lato, il potenziamento dell’esperienza formativa e culturale di noi tutti che compartecipiamo alla creazione dell’ambiente educativo, dall’altro dovranno costituire, per tutta la nostra società, un segnale di fiducia e di speranza, soprattutto per quelle forze positive che per lungo tempo sono rimaste sopite,  offrendo al territorio una molteplicità variegata e culturalmente significativa di contributi, al di fuori di ogni retorica e di ogni intento autocelebrativo. Discutendo tra noi, abbiamo maturato la consapevolezza che, in questa drammatica fase storica, nella nostra terra, stretta nella morsa delle gravi problematiche interne e esposta per questo, a tutte  le  pressioni negative della globalizzazione economica e della massificazione culturale, la nostra scuola, deve compiere un svolta metodologica epocale rispetto al modo di intendere l’agire educativo e il rapporto che esso instaura con il resto della società. Essa, cioè, deve  esplicare il suo compito formativo e culturale non più solo indirettamente attraverso l’impegno  nella trasmissione dei saperi, ma anche direttamente, mettendo  le sue forze in campo per

la rigenerazione morale e culturale del nostro territorio degradato. Non può essere l’esercito a combattere una lotta di civiltà e di mentalità; per questa via si teatralizza lo scontro, con il rischio di avvalorare l’idea che la lotta per l’emancipazione civile consista per noi solo nel contrasto militare alla delinquenza organizzata. Per questa via si rischia di continuare a legittimare  la latitanza della società civile e delle pubbliche istituzioni. D’altra parte, ci sembra di aver capito che, a  parte pochissimi contributi intellettualmente onesti e coraggiosi nel denunciare e nel contrastare la marcescenza materiale e civile della nostra terra, ci siano stati specialmente negli ultimi mesi, solo rumore mediatico, parate retoriche e carte patinate. Questa constatazione ci convince ancora di più che altre forze, più pure e più leali, altri uomini e donne,   disponibili alla costruzione di un’autentica politeia, estranei a squallidi giochi di potere, si debbano assumere la responsabilità di inaugurare un nuovo universo di relazioni civili, una nuova stagione culturale, un nuovo modo di intendere e di vivere la propria cittadinanza.

Nella nostra scuola c’è un’accogliente biblioteca, realizzata in legno di abete massello; dotata   di  grandi tavoli, scaffali, tende e altri arredi. Una biblioteca che, quattro anni fa,  allieve e allievi, sotto la guida di alcuni docenti, idearono, progettarono e costruirono, completamente a loro spese, durante una settimana di lavoro e che poi donarono alla scuola. Questa biblioteca, da allora, porta il nome di Hannah Arendt, una delle maggiori pensatrici del XX secolo. Tra le grandi opere di questa filosofa, una delle più note al grande pubblico, è La banalità del male, nella quale l’Autrice, parlando del funzionario nazista Eichmann dimostra come il male, anche nelle sua forma storicamente più terrificante, quale si manifestò nello sterminio degli ebrei, possa essere la conseguenza dell’agire di persone ordinarie, quando esse rinunciano a pensare. 

Noi non vogliamo essere tanti Eichmann; non vogliamo rinunciare alla vita della mente. Non vogliamo assistere passivamente alla  definitiva e ottusa  cementificazione delle campagne: di quella poderosa risorsa che le passate generazioni ci hanno consegnato e che negli ultimi decenni, strappando tutti i fili della memoria storica, abbiamo stupidamente abbandonato nelle mani di speculatori senza scrupoli che, in combutta con la camorra e con il potere irresponsabile di politici e amministratori, l’hanno totalmente sottomessa ai loro profitti. Vogliamo che lo spazio fisico delle strade e delle piazze divenga uno spazio urbano decoroso, dove possa determinarsi  un’atmosfera accogliente di vita, di relazioni umane; dove possa svilupparsi una cultura urbana aperta. Non vogliamo più sottostare ad alcuna prepotenza, piccola o grande che sia, da chiunque essa provenga. Non abbiamo paura né delle intimidazioni della camorra, né di quelle ambientali, né di quelle di altri centri di potere che usano strumenti più sofisticati delle armi. Soprattutto non abbiamo bisogno di coloro che, a tutti i livelli, interpretano l’impegno pubblico solo in funzione dei loro meschini interessi personali, propagandistici e di potere.

Vogliamo iniziare questo movimento di riappropriazione della dignità civile, realizzando una  trasferta di tutta la nostra scuola sul luogo della strage di Castel Volturno, per  esprimere la nostra solidarietà agli uomini e alle donne d’Africa, che ancora una volta hanno dovuto subire tanta nefanda violenza, per mano di uomini sanguinari e    vigliacchi, dei quali le persone che amano la nostra terra dovranno vergognarsi per sempre. Questa trasferta avverrà in bicicletta, sia per coprire la lunga distanza che separa il nostro liceo dal luogo della strage; sia per segnalare la nostra vicinanza alle persone extracomunitarie che usano prevalentemente questo mezzo per spostarsi; sia per avere un contatto diretto con le campagne,  con le città  e con i nostri concittadini; perché, come abbiamo detto, non è più il tempo delle chiacchiere effimere. Con questa manifestazione vogliamo dare un inequivocabile messaggio di moralità, di civiltà, ma anche di cultura.

Nelle settimane e nei mesi che verranno questo impegno continuerà sia sul piano della svolta metodologico-culturale da dare all’ambiente scolastico, sia sul piano delle iniziative concrete volte a incidere sul processo di emancipazione civile del nostro territorio.

Dopo di questo seguiranno altri manifesti, nei quali cercheremo di chiarire ancora meglio a noi stessi e di comunicare all’esterno il senso, le intenzioni e le direzioni del nostro movimento.

Un’assemblea plenaria, con la partecipazione congiunta di tutti gli studenti e i docenti, ha già stabilito che prenderà vita, a breve scadenza, un laboratorio delle idee, dove quotidianamente allievi e professori elaboreranno ricerche, studi, lavori di gruppo ed altre iniziative. Nello stesso tempo nascerà a scuola una rivista di analisi e di approfondimento di tematiche relative alla cultura, al territorio, alla scienza e ai fenomeni più rilevanti del nostro tempo. Verranno nel frattempo raccolte idee e proposte, per dar luogo a un  esperimento di radicale trasformazione della didattica e della metodologia di studio, da effettuarsi  durante l’anno scolastico. Altre iniziative verranno al più presto messe in campo, per stabilire modalità di comunicazione col mondo esterno e per arricchire di significato intercomunicativo lo spazio fisico e l’ambiente culturale della scuola.

Tutte queste idee e iniziative, con le numerose altre che già fervono nell’immaginazione  creativa di tutti quanti noi, verranno sempre democraticamente discusse e condivise, senza personalismi e principalmente senza leaderismi, ma sempre nel rispetto della libertà di pensiero e di insegnamento.

 

 

                                       Poema dell’indignazione e della memoria

                                          Quale miasma ha reso lorda l’anima         

                                           E  a tal segno sanguinaria la mano?

                                         Quale veleno ha contaminato il suolo

                                          E per esso nutrito il bestiale furore?

                                           Non sanno quelle belve assassine?

                                          Il loro piede calpesta empio la terra

                                            Che una volta profumava di pini,

                                          Di salvia, di lauro e d’altre essenze;

                                              La terra che più volte persuase

                                             il popolo filosofo a fondare città.

                                            Qui, non lontano, furono le Cume,

                                               la bella Partenope e Pitecusa.

                                          Altre mani non macchiate di sangue

                                            Tutelarono allora il dono di Dio:

                                              La campagna felice dei poeti

                                            E trassero da essa innumeri frutti.

                                             Mani sapienti, non come queste, 

                                             Che son fatte  ottuse e brutali

                                         Per assidua consuetudine al grilletto.

                                           Quelle  sapevano maritare la vite

                                        Al tremulo pioppo generoso di funghi

                                                Allestire aeree impalcature,

                                              Solcarle  con scale arditissime.

                                             Erano contadine  mani di poeti,

                                       Use, coi tralci, a scrivere versi nel cielo.

          

             

 

                      Poema della morte e del dolore

 

                  

                                                      Doloranti itinerari

 

                                         Consegnarono

 

                                   A questa terra inospite,

 

                                       Magri e spaesati,

 

                                I corpi che tu vedi  riversi,

 

                               Dopo che su di loro s’accani 

 

                                     L’insipienza maligna.

 

                                    Avresti dovuto vedere

 

                            Come le mani grasse e indolenti

 

                                   Godevano al massacro,

 

                                     Come si eccitavano

 

                              Ai molteplici rinculi dell’arma

 

                                Stretta nel pugno traditore.

 

                                    Allora avresti inteso,

 

                                    Da quelli  che alleva,

 

                                    Come questa nostra,

 

                                Che tanto sangue ha sparso

 

                                   Dei dannati della terra,

 

                                È fatta dannata tra le terre.