L’IMMIGRAZIONE IN CAMPANIA

 

di Giancamillo Trani

(con la collaborazione di Diego Dente Gattola e Don Vincenzo Federico )

 

 

L’avvento delle seconde generazioni

Nel 2004 l’immigrazione in Campania ha conosciuto una ulteriore crescita, portando a stimare le presenze complessive in 128.049 unità, con un incremento del 14,7% rispetto al 2003. Dette presenze costituiscono il 48,5% dell’immigrazione nel Sud ed il 4,6% del fenomeno migratorio in Italia. La Campania si colloca così al settimo posto tra le regioni italiane per presenza di immigrati, e Napoli al settimo posto tra i capoluoghi di provincia. Il 48,6% delle presenze proviene dall’Europa Orientale (Ucraina, Romania, Albania, Polonia), il 26,6% dall’Africa (Marocco, Tunisia, Nigeria, Senegal), il 15,8% dall’Asia (Cina, Sri Lanka, Filippine e Pakistan), l’8,3% dall’America (USA ma anche Perù, Ecuador e Rep. Dominicana), lo 0,3% dall’Oceania, lo 0,4% da altre zone. Quanto alle differenze di genere, il 57,3% degli immigrati sono femmine, il 42,7% maschi.

Circa la distribuzione territoriale, la provincia di Napoli, con una stima di 70.134 stranieri, pari al 54,9% del totale campano (-0,3 rispetto allo scorso anno), si conferma al primo posto. Seguono le province di Caserta con 25.450 immigrati pari al 19,9% (-0,1), Salerno con 21.181 presenze ed una percentuale del 16,5% (+0,1), Avellino con 7.999 ed una percentuale del 6,2% (+0,3), Benevento con 3.285 presenze e relativa percentuale del 2,5% (0).

Tuttavia, se incrociamo questi dati con quelli della popolazione residente stimati dall’ISTAT, l’incidenza della popolazione immigrata su quella autoctona per provincia è la seguente: Caserta 3,1%, Napoli 2,5%, Salerno 1,9%, Avellino 1,7%, Benevento 1,1%. Quanto al tasso di crescita del fenomeno nelle varie province campane, nel periodo 1991-2004 ad Avellino il fenomeno migratorio è cresciuto 8,6 volte, a Salerno 6,7 volte, a Caserta 5,8, a Benevento 5,1 volte, a Napoli 3,1. Ne risulta un solo e incontrovertibile dato: la Campania è, a tutti gli effetti, una regione di soggiorno stanziale e non più di solo transito per gli immigrati. La regione accoglie, all’incirca, la metà di tutti gli stranieri presenti nel Mezzogiorno d’Italia. Tantissime le nazionalità rappresentate (circa 150), con la provincia di Napoli che esercita una forte attrazione che travalica i confini regionali e nazionali. Oltre ad offrire molteplici opportunità lavorative, il suo porto e la sua stazione ferroviaria costituiscono importanti snodi dei flussi migratori in Italia. La presenza delle più importanti associazioni e comunità d’immigrati, con le botteghe etniche e la possibilità di approvvigionarsi di prodotti tipici, diventano ulteriore attrattiva per migliaia di stranieri. Interi rioni del cuore antico della città (Sanità, Vergini, Quartieri Spagnoli) vanno sempre più popolandosi di immigrati, confermando Napoli come città aperta, tollerante, multirazziale, vero e proprio laboratorio d’intercultura. Anche varie confessioni religiose professate dagli immigrati cominciano a trovare luoghi di culto adeguati, all’interno dei quali le celebrazioni religiose avvengono in lingua.

L’hinterland partenopeo accoglie molti lavoratori stranieri, impiegati nei settori portanti della locale economia: è nell’area Nord-Vesuviana che si registrano i più alti tassi di immigrati regolari. Secondo l’ISTAT, infatti, nel solo 2004 gli iscritti stranieri nelle anagrafi dei comuni di S. Giuseppe Vesuviano, S. Gennaro, Boscotrecase, S. Sebastiano, S. Antonio Abate, Terzigno e Palma Campania, sono stati poco meno di 1.000. L’incremento va collegato alla forte presenza industriale ed alla notevole crescita economica. Sempre nello stesso comprensorio il rapporto tra immigrati e residenti varia da un minimo di 20 ad un massimo di 154 arrivi ogni 10.000 abitanti, con una media di 92 nuovi stranieri.

In valore assoluto sono elevate le percentuali riscontrate nei comuni di Acerra, Afragola, Caivano, Casalnuovo, Casavatore, Casoria (nel 2004, 718 nuovi stranieri iscritti): sono zone industrializzate e che si avvalgono della manodopera immigrata (polo calzaturiero, edilizia, produzione d’imballaggi).  Lo stesso discorso vale per il Nolano. Nei comuni a Nord di Napoli (Giugliano, Melito, S. Antimo, Villaricca, Arzano) c’è una piccola Africa, con tantissimi nigeriani, senegalesi, burkinabé, maghrebini. L’area che sembra contare una minore presenza migratoria è quella compresa tra Portici e Castellamare di Stabia, con una media di 18 arrivi ogni 10.000 abitanti.

Caserta è, senza ombra di dubbio, la più “africana” tra le province campane, anche se è sempre più marcata la progressiva stabilizzazione di cittadini dell’Europa Orientale, in primo luogo ucraini e polacchi. Pur se sotto il profilo dell’inclusione sociale si sono fatti notevoli passi avanti, restano nel Casertano non poche sacche di criticità. L’agricoltura rimane alla base del fenomeno degli stagionali: molti tunisini lavorano nelle produzioni ortofrutticole (soprattutto nell’Aversano e nei comuni di Terra di Lavoro); gli albanesi sono dediti alla raccolta del tabacco; indiani e pakistani lavorano nell’allevamento dei bufali.

Salerno, con i suoi 150 comuni, sta conoscendo da anni una continua crescita di immigrati. Marocchini, tunisini, albanesi, polacchi e senegalesi costituiscono più del 25% delle presenze complessive. Queste si diversificano in relazione alle produzioni locali: in città e nei comuni limitrofi gli immigrati sono principalmente impiegati nei servizi; nell’Agro Nocerino Sarnese (Scafati, Angri, Sarno) nell’industria agro-alimentare; nella Piana del Sele (Eboli, Battipaglia, Capaccio) nel settore delle coltivazioni ortofrutticole e della zootecnia; nel Cilento nell’industria turistica.

Avellino e la sua provincia attraggono un numero sempre più consistente di immigrati, richiamati in Irpinia per sopperire alla carenza di manodopera nei settori dell’edilizia, dell’agricoltura e della collaborazione domestica. E’ poco significativa la presenza di imprenditori extracomunitari, pur se gli stranieri a capo d’imprese sono poco più di 2.000, per i due terzi si tratta di emigranti di ritorno, nati da genitori irpini in Svizzera, Australia o nelle Americhe. Più significativo il numero dei lavoratori immigrati, in particolare a Vallo di Lauro e Baianese per l’industria manifatturiera e per l’edilizia (con prevalenza nordafricana) e nella Valle dell’Irno, che vanta una discreta comunità di cinesi. Nella zona della Valle Ufita (Ariano Irpino, Serino) sono insediati molti albanesi e marocchini.  Il capoluogo (che unitamente al comune di Mercogliano ospita circa il 10% delle presenze provinciali) vede un costante aumento di stranieri dell’Est, principalmente “badanti”.

 Benevento si conferma all’ultimo posto tra le province campane. Questa perdurante situazione è da collegarsi ad una certa debolezza strutturale del Sannio che, nonostante risorse storico-ambientali di tutto valore, si configura come un’area tagliata fuori dalle dinamiche economico-sociali che trainano l’economia campana. Partendo dalla presa d’atto della necessità di avvalersi del lavoro degli immigrati, molti comuni sanniti hanno avviato programmi volti a favorire un insediamento più stabile dei lavoratori stranieri (Cf., www.miracampania.it).

Una conferma dell’accresciuta presenza migratoria e della sua progressiva diversificazione sul territorio campano ci perviene dall’esame dei dati relativi alla popolazione minorile. L’evoluzione naturale del ciclo migratorio nel nostro Paese è giunta al crocevia generazionale di individui non più classificabili come immigrati o stranieri, in quanto nati e cresciuti in Italia, sia pure da genitori non italiani.

Nel capoluogo di regione, al 1 gennaio 2005 erano registrati, presso l’Ufficio Anagrafe del Comune di Napoli, circa 2.000 minori di seconda generazione, ovvero nati in Italia da genitori stranieri. Interessante notare come le nascite di questi bambini siano passate dalle 20 del 1986 alle 206 del 2004, a testimonianza del processo di stabilizzazione del fenomeno migratorio sul territorio partenopeo.

In leggera controtendenza, rispetto agli adulti di prima generazione, le differenze di genere: 1.030 maschi (51,5%) a fronte di 970 femmine (48,5%).

L’analisi per nazionalità rivela altre differenze relative alle seconde generazioni: si segnalano presenze importanti per Sri Lanka, Filippine, Capo Verde, Cina, Rep. Dominicana, mentre comunità altrettanto rilevanti sotto il profilo percentuale (Ucraina, Polonia) fanno registrare seconde generazioni quantitativamente modeste, a testimonianza sia di una diversa composizione dei nuclei familiari, sia, soprattutto nel caso dell’Ucraina, di arrivi in tempi più recenti (Stefano Molina - Fondazione”G. Agnelli” - Torino; Maria Rosaria Forni - Ufficio Statistica Comune di Napoli).

 

NAPOLI. Residenti iscritti in anagrafe (01.01.2005)

Paese

Seconde generazioni

Totale stranieri

Paese

Seconde generazioni

Totale stranieri

v.a.

%

v.a

% su tot.

v.a.

%

v.a

% su tot.

SRI LANKA

724

36%

4.005

19%

CINA

160

8%

979

5%

FILIPPINE

226

11%

1.207

6%

REP. DOMINICANA

89

4%

654

3%

CAPOVERDE

174

9%

895

4%

TOTALE

1.997

100%

20.713

100%

FONTE: Dossier Statistico Immigrazione Caritas/Migrantes. Elaborazioni su dati dell’Anagrafe del Comune di Napoli

 

In Campania, su una stima di minori immigrati di 10.271 unità, quelli che frequentano la scuola, secondo il MIUR sono 4.303, secondo la Direzione Scolastica Regionale 3.885. Resta inconfutabile il fatto che, in appena un decennio, sono più che centuplicati: erano due o tre decine nel 1993, sfiorano oggi quota 4.000. Alle materne risultano iscritti 605 bambini (15,5%), alle elementari 1.806 (46,4%), alle medie vi sono 1.041 ragazzi (26,7%), alle superiori 433 (11,4%). Appartengono a ben 80 nazionalità diverse, arrivano in gran parte dai Paesi Africani ma anche dall’Europa Orientale (soltanto dall’Albania ben il 18%), dalla Cina (principalmente a Napoli e nella cintura dei comuni vesuviani, dove raggiungono il 17,7%), dalle Filippine, dal Sud America. L’incremento maggiore nelle iscrizioni si registra nella periferia di Napoli e nel Casertano: vengono privilegiate le scuole più vicine alle proprie abitazioni piuttosto che quelle prossime al luogo di lavoro.

 

Le comunità cinese e cingalese

Approfondendo il discorso sulla presenza migratoria nell’area del capoluogo partenopeo e della sua provincia, non si può trascurare il peso statistico di due comunità di origine asiatica: quella cinese e quella cingalese.

Tra Napoli, dove sono la prima comunità straniera, e provincia, i cingalesi sono circa 7.000 persone, suddivise in 1.800 nuclei familiari. La loro emigrazione dall’ex Isola di Ceylon comincia nel 1980, nella fase più aspra di quella guerra civile che ancora insanguina il Paese, pertanto sono una delle comunità di più antico insediamento nella città. Stimatissimi e molto richiesti come collaboratori domestici, nel tempo hanno cominciato a diversificare le proprie attività, diventando ristoratori, commercianti, imprenditori. Tra le maggiori iniziative imprenditoriali, troviamo negozi di elettrodomestici e di informatica, botteghe di alimentari e, più di recente, phone centers e internet points.

A Napoli sono soprattutto presenti in una strada molto caratteristica, chiamata dal popolo “il Cavone”, nelle immediate vicinanze della centralissima Piazza Dante che, all’imbrunire, dopo il lavoro, diviene anche il punto di ritrovo per eccellenza dell’intera comunità. La preferenza da essi accordata al dimorare nel centro storico di Napoli li espone, però, al pagamento di fitti esorbitanti (cosa comune alla maggior parte di coloro che vivono in città, stranieri come autoctoni): per far fronte a questa incresciosa situazione, molto spesso 4 o 5 nuclei familiari decidono di vivere insieme, al fine di abbattere i costi.

Otto su dieci dei cingalesi presenti a Napoli professano la religione cattolica: si spiega anche per questo la presenza di diversi religiosi e suore originari dello Sri Lanka; tuttavia non sono pochi anche i buddisti, per i quali è sempre aperto un piccolo tempio. 

Si rileva l’esistenza di diverse scuole autogestite, con insegnanti madrelingua, aperte dalle 7.30 del mattino fino alle 18.30 del pomeriggio: in tal modo i piccoli cingalesi vengono allevati ed istruiti nella lingua e nella cultura d’origine, per essere pronti, al compimento dei 14-15 anni, al rimpatrio al seguito dei genitori, per proseguire i propri studi nello Sri Lanka.

La tragedia dello tsunami del dicembre 2004, ha destato grande impressione a Napoli e “scatenato” una gara negli aiuti ai parenti delle vittime. Nei giorni immediatamente successivi a quell’immane tragedia, la Chiesa di Napoli è stata tra i soggetti più attivi nell’organizzare la solidarietà: la Caritas Diocesana ha avviato un censimento all’interno della comunità, avvicinando 228 nuclei familiari che piangevano qualche congiunto, avevano perso la casa o non riuscivano ad avere notizie dei propri cari, ed attivando, per tutti, un aiuto concreto.

Capitale dello Zahejiang, regione a sud di Shangai, Hangzhou è la città di origine della maggior parte degli oltre 10.000 cinesi presenti nella provincia di Napoli, in particolar modo nella zona compresa tra San Giuseppe Vesuviano, Terzigno, Ottaviano, San Gennaro Vesuviano, Palma Campania, Poggiomarino. Erano soltanto 2.000 all’epoca dell’ultimo censimento ISTAT, oggi 1.171 sono solo quelli iscritti presso la Camera di Commercio di Napoli: da lavoranti conto terzi sono diventati commercianti all’ingrosso ed imprenditori.  Nel capoluogo partenopeo, alle spalle della metropolitana di Gianturco, è sorto “China Mercato”, un’area di 10.000 mq., gestita da 65 importatori cinesi.

Un esercito di gente che in pochi anni è riuscita ad aprire o rilevare qualcosa come 3.000 tra negozi e laboratori. Producono, in tempi rapidissimi e a prezzi imbattibili, la merce più svariata: jeans, biancheria intima, vestiti, ceramiche, mobili, giocattoli, occhiali. Il movimento economico derivante da questa congerie di attività non sfugge agli operatori finanziari: il 30% dei clienti degli sportelli bancari ubicati nei paesi vesuviani è costituito da immigrati cinesi. Per questo un importante istituto di credito di livello nazionale ha deciso di aprire un apposito sportello a Poggiomarino, e sul suo esempio si stanno organizzando altre banche.

A Terzigno, poi, è in fase avanzata il progetto che porterà all’apertura d’una emittente televisiva privata, dedicata ai cittadini cinesi che dimorano all’ombra del Vesuvio.

 

Lavoro, sicurezza, salute

Nell’anno 2004, non tutti gli indicatori dell’economia campana sembrano negativi: il PIL regionale è cresciuto dello 0,9% (+0,6% rispetto al 2003, ma si stima che un terzo dello stesso sia targato “camorra”), si è registrata una ripresa dell’export con un +7% (grandi imprese metalmeccaniche e dei trasporti), una crescita dei prestiti bancari alle imprese ed alle famiglie ad un ritmo superiore al 13%. Tuttavia la regione, oltre a conoscere una sensibile crisi dell’occupazione (l’indice medio di disoccupazione è stato valutato, dall’ISTAT, nella misura del 15,6% con un divario dalla media nazionale del 7,6%), ultimamente ha visto riprendere, in maniera consistente, il fenomeno dell’emigrazione. Recedono anche la piccola e media impresa, sulle quali grava la concorrenza orientale. Pesa, e non poco, il lavoro “nero”: la Campania, con il suo 23,6%, è seconda nel Mezzogiorno, solo a Calabria e Sicilia (rispettivamente con il 32% ed il 25,6% (Rapporto SVIMEZ, 2005).

La fotografia più attuale è quella che fa il “Rapporto 2005 sull’economia campana” curato dalle C.C.I.A.A.: ”L’immagine è quella d’un sistema che ripiega su sé stesso,che non investe e che non cresce, di un’area a modernità incompiuta che, con difficoltà, mantiene la posizione e che stenta a trovare alternative di sviluppo ed opportunità di rilancio. L’elemento distintivo del modello campano, l’individualismo d’impresa, si sta traducendo, anche sotto la spinta d’una congiuntura negativa nazionale ed internazionale, da un lato in un freno allo sviluppo, dall’altro in uno dei punti deboli del sistema”.

La presenza straniera si colloca sul mercato del lavoro campano come segmento strutturale della domanda, non solo dal punto di vista quantitativo: si tratta di una componente che, a seconda dei casi, può risultare concorrente, complementare o sostitutiva rispetto all’offerta disponibile sul mercato regionale.

L’esame dei dati INAIL del 2004, relativi ai saldi dei lavoratori extracomunitari assunti a tempo indeterminato, ci permette di definire, in maniera più dettagliata, i settori d’inserimento lavorativo degli immigrati sul territorio regionale. Al primo posto, con il 21,2%, s’impone il settore dei servizi, seguito dall’industria con il 17,2% e dal settore agricoltura/pesca con l’11,3%. Scendendo ancor più in dettaglio, con una percentuale dell’11,5 %, si segnalano le assunzioni nel settore agricolo, seguito da quello dell’edilizia (11,4%), dal commercio (7,2%), dall’industria alimentare (2,6%). Sorprende lo 0,9% dell’industria tessile, alla luce di quanto esposto, ad esempio, a proposito dei cinesi, ma in realtà la spiegazione sta nell’enorme “sommerso” che caratterizza il settore.

Quanto alla vivacità delle province campane circa le assunzioni di lavoratori stranieri a tempo indeterminato, spicca quella di Avellino nei comparti dell’industria conciaria (Solofra e zone limitrofe), delle costruzioni, della sanità; ancora costruzioni per Benevento, seguito da trasporti ed industria dei metalli; a Caserta primeggiano l’agricoltura (percentuale più alta a livello regionale), le costruzioni e il commercio al dettaglio; Napoli si distingue per i comparti costruzioni (le associazioni di categoria, ACEN ed ANCE, hanno moltissime commesse in Romania e Bulgaria), gli alberghi e la ristorazione, le attività immobiliari; la provincia di Salerno, infine, sembra privilegiare le assunzioni di immigrati nei settori dell’agricoltura, del commercio all’ingrosso e dell’industria agro-alimentare.

In realtà, in Campania sembra anche essere in crescita il “mismatch”, ovvero il divario derivante dal mancato incontro tra la domanda delle aziende e l’offerta di lavoro da parte degli immigrati (la stessa disoccupazione frizionale che, per anni, è stata alimentata dal sistema formativo a disposizione dei giovani campani). Si è, ad esempio, parlato di lavoro migrante in agricoltura: questo in Campania equivale al 25-30% del lavoro agricolo, con una percentuale di sommerso che ammonta al 60% secondo l’ISTAT, ma che secondo altri osservatori arriva a sfiorare il 90%.

Alloggiati in uno stato di degrado assoluto, irraggiungibili dai sindacati, i lavoratori immigrati fanno la fortuna di piccoli, medi e grandi operatori del settore, che li pagano 25-28 euro al giorno, per 10 o 12 ore di lavoro  sotto la pioggia come sotto il sole. Invisibili al mondo ma non all’universo dei nuovi “caporali”, che hanno sostituito la giacca e la cravatta alla coppola ed al gilet di velluto, che parlano le lingue straniere, usano il pc ed il cellulare ma, soprattutto, conoscono le rotte della disperazione e le leggi vessatorie che consentono loro di sfruttare questi lavoratori.

Un rapporto dell’Associazione “Medici Senza Frontiere” ha studiato le dinamiche del lavoro straniero in agricoltura, in Campania come in altre regioni del Mezzogiorno, seguendo i percorsi dei lavoratori transeunti: dalla raccolta del pomodoro in Campania a quella degli agrumi nel Metaponto, dall’ortofrutta salernitana alle mele nel Trentino.

Emerge che la stragrande maggioranza dei lavoratori stagionali immigrati, impiegati in agricoltura, vive in condizioni igieniche e alloggiative inaccettabili, nella mancanza assoluta di qualsiasi forma di assistenza o tutela, esposta a maltrattamenti e soprusi, in condizioni di salute, a dir poco, precarie.

Avendo richiamato l’importanza del lavoro degli immigrati nel settore delle costruzioni edili, non possiamo non rimarcare come, in questo strategico comparto produttivo, il lavoro illegale (in particolare degli immigrati) sommerge la sicurezza. La Campania, quanto a infortuni per mancata sicurezza sul lavoro, con il suo 30% detiene il secondo posto dopo la Calabria. L’industria campana delle costruzioni è strutturata in maniera tale da incrementare questa piaga. Il primo fattore di debolezza è costituito dalla dimensione delle imprese edili: oltre il 70% non supera le 10 unità lavorative. Il secondo fattore di debolezza è determinato dal sistema degli appalti pubblici: questi vengono acquisiti con una media al ribasso che supera il 30% e, in non pochi casi, arriva ben oltre il 40%. Ad aggiudicarsi le gare sono, quasi sempre, le grandi imprese che, per rientrare nei costi, si affidano ai subappalti affidati ad imprese più piccole. Queste si trovano costrette ad operare, pressoché costantemente, in condizioni oggettive di difficile sostenibilità economica e, per ammortizzare i costi, tagliano su salari e sicurezza, impiegando manodopera straniera, in special modo irregolare e clandestina. Si tratta principalmente di rumeni, bulgari, albanesi, maghrebini. La pratica descritta è assai diffusa in Campania, in special modo nelle province di Napoli e Caserta; non a caso, il 38% degli infortuni sul lavoro registrati ogni anno in regione, si verifica proprio in questo settore e in queste aree geografiche.

Importante elemento da richiamare, parlando di lavoro, è il rapporto tra immigrazione e collaborazione domestica. Va sottolineata l’importanza delle colf e delle “badanti” straniere, ormai indispensabile supporto alle famiglie italiane e, in qualche misura, elemento che concorre a correggere e/o colmare le inadeguatezze del sistema complessivo di welfare locale. Donne, in prevalenza originarie dell’Europa Orientale (Ucraina, Romania, Polonia), ma anche filippine, capoverdiane, cingalesi, di età compresa tra i 26 ed i 44 anni, assolute protagoniste della regolarizzazione del 2002. La Fondazione ISMU di Milano ha calcolato i benefici prodotti in termine di emersione del reddito imponibile: conteggiando opportunamente le retribuzioni medie (il riferimento è alla media aritmetica) e il numero di percettori, si è stimato in Campania un recupero mensile di 41 milioni di euro, che la porta a primeggiare nel Mezzogiorno. Molti, però, anche in questo settore, i soprusi e i diritti negati. Lampante il dato che si rileva dal III Report del S.A.S.C.I. (Servizio Attività Sociosanitarie Cittadini Immigrati) dell’ASL Napoli1: il 21,6% delle prestazioni sanitarie erogate, nel 2003, in favore di cittadini immigrati, sono riferibili alla branca della ginecologia e, precisamente, alle interruzioni di gravidanza. Non è raro, infatti, che una donna straniera perda il lavoro per il fatto di essere rimasta incinta.

 

CAMPANIA. Addetti stranieri alla collaborazione familiare ed incidenza sulla popolazione

 

Prov./ Regione

 

Assicurati INPS 2002

 

Regolarizz.2002

 

Somma

 

Variazione %

 

Ripart. % su totale

 

Popolazione (31/12/2003)

Collab. Familiari ogni 1000 abitanti

Avellino

581

1.930

2.511

432,2

0,5

436.051

5,8

Benevento

192

1.064

1.256

654,2

0,3

287.563

4,4

Caserta

598

7.178

7.776

1300,3

1,6

868.517

9,0

Napoli

5.543

24.701

30.244

545,6

6,2

3.085.447

9,8

Salerno

662

5.918

6.580

994,0

1,3

1.082.775

6,1

Campania

7.576

40.791

48.367

638,4

9,9

5.760.353

8,4

Fonte: INPS / Monitoraggio Flussi Migratori - Dossier Statistico Immigrazione Caritas/Migrantes. Elaborazioni su dati Ministero dell’Interno, ISTAT ed INPS

 

Infine, qualche cenno al lavoro autonomo. Pur confermando la crisi relativa al tasso di natalità delle imprese in Campania, l’annuale rapporto della Camera di Commercio di Napoli segnala come, nonostante la decelerazione nella crescita dell’economia italiana, l’andamento demografico delle imprese della provincia di Napoli presenta, nel 2004, un saldo positivo pari al 2,1%, con un andamento settoriale disomogeneo e la filiera dei servizi che segna positivo. Le ditte individuali sono in aumento nell’ultimo quinquennio (+ 48,2%), con un ruolo emergente delle imprese “rosa” e, tra queste, un +3,3% relativo alle imprenditrici immigrate, in testa cinesi e nigeriane. Nel quinquennio 2000-2004 è aumentata, in maniera consistente, la diffusione di attività economiche gestite da extracomunitari: il tasso di crescita è pari al 12,1% e riguarda il commercio al dettaglio e all’ingrosso, le confezioni e gli articoli di abbigliamento, le costruzioni, gli alberghi, i ristoranti e le attività professionali. Va pure segnalato come, anche nella provincia di Caserta, siano più di 1.000 le ditte guidate da imprenditori immigrati (cfr. ricerca Caritas/CNA).

 

L’impegno della Regione Campania e le difficoltà del contesto

 

Possiamo senz’ombra di dubbio affermare che la presenza degli immigrati in Campania si è profondamente modificata negli ultimi venti anni, sia dal punto di vista quantitativo, sia per ciò che concerne i diversi modelli migratori. La peculiarità del contesto campano sembra essere, comunque, la netta differenza tra immigrazione urbana e periferico-rurale, legata anche alle diverse opportunità di inserimento lavorativo. 

Va segnalato l’impegno continuo e proficuo della Regione nelle attività di promozione dell’inclusione sociale degli immigrati, efficacemente sintetizzato nel pensiero del Governatore Bassolino: “Immigrati? Una risorsa in piu’! Gli stranieri sono una opportunità di sviluppo economico e sociale” (cfr. “Senza frontiere” – gennaio 2005). L’assessorato regionale competente ha dato corso, tra il 2001 e il 2004, a 207 progetti, di cui 103 presentati da associazioni o enti locali, 23 di ricerca e documentazione, 22 di concertazione con Enti Locali e 60 nell’ambito dei Piani Sociali di Zona posti in essere dai comuni campani. Di detti progetti, 39 sono stati completati, 121 sono ancora in corso e 47 in fase di avviamento. Tra le iniziative più interessanti vi sono l’affido multietnico, l’accoglienza ludica per i minori di madri straniere lavoratrici, i corsi di alfabetizzazione e lingua italiana in tutte le province. Dal 2001 ad oggi la Regione Campania, in tema d’immigrazione, ha speso circa 11 milioni di euro: sono stati attivati 71 sportelli di orientamento e informazione (32 in ambito locale), 15 strutture di accoglienza, 6 biblioteche interetniche, 13 centri per attività interculturali, 1 asilo nido, 3 case di accoglienza per donne in difficoltà, 8 sportelli itineranti.

Importanti anche gli interventi di formazione professionale per mediatori culturali e “badanti”. La distribuzione territoriale di detti progetti segue, di fatto, lo sviluppo del fenomeno sul territorio regionale: 57,1% a Napoli, 20,2% a Caserta, 14,9% a Salerno, 5,4% ad Avellino, 2,4% a Benevento. La prossima priorità che la Regione Campania si è data è l’approvazione della nuova legge regionale sulla materia, il cui testo è già pronto da oltre un anno ed aveva già ricevuto il placet del precedente esecutivo.