
11 agosto 2005
DOSSIER FIDES
IL MERCATO DELL’ORRORE
la violenza sulle Donne
§ INTRODUZIONE
§ LE PAROLE DELLA CHIESA
§ IL LAVORO PASTORALE
§ LA TRATTA INTERNAZIONALE DELL’ORRORE
· I GRUPPI CRIMINALI
· I CLIENTI
· LE VITTIME
§ L’IMPORT-EXPORT DEL SESSO
§ I TRE TIPI DI SFRUTTAMENTO SESSUALE
§ IL RECLUTAMENTO
§ LA TRATTA DELL’ORRORE IN ASIA CENTRALE
§ LE BATTAGLIE DA FARE
§ DOCUMENTI
§ L’ENTITÀ DEL FENOMENO NELLE DIVERSE REALTÀ LOCALI
§ LE ASSOCIAZIONI DI AIUTO ALLE VITTIME
§ INTRODUZIONE
Conta la globalizzazione, l’allargamento dei mercati e l’abolizione dei dazi doganali. Sono vincenti l’individualismo, la religione fai da te e l’edonismo sfrenato. Le divinità adorate sono i soldi, il potere e il piacere. E proprio il piacere, il potere e i soldi sono i principali agenti di un mercato senza scrupoli: la tratta delle donne. Le schiave del XXI secolo. Merce umana messa in vendita su un mercato mondiale, spietato e inarrestabile. I dati presentati in questo dossier sono stati forniti da organizzazioni internazionali, associazioni e forze dell’ordine. Chi scrive ha seguito alcune di loro durante l’orario di lavoro. E lo stupore (per il ceto sociale e per i gusti di alcuni clienti) l’incredulità (per la loro età), lo sdegno (per le proposte) e l’impotenza sono state le emozioni più forti. Il rischio a scrivere queste cose è quello di passare per ingenui e per moralisti. Perché appunto il pensiero dominante è quello della libertà sessuale, dei liberi mercati e dei liberi poteri. Senza scrupoli, limiti e regole. Vale un’unica regola: hai i soldi? Puoi comprare tutto. Anche la dignità di una persona.
Oggi il mercato della prostituzione vale milioni di euro. E serve a gestire anche altri mercati: quello della droga, della tratta di esseri umani, della mafia e delle armi.
Un import-export del sesso diffuso da est a ovest e da sud a nord del pianeta con lo stesso denominatore comune a tutte le latitudini: le donne costrette a prostituirsi lo fanno o per fame (e sono la maggioranza) o perché hanno già subito violenza dagli uomini in casa.
Le più disgraziate sono sotto gli occhi di tutti. Le vedi ai lati delle strade. Vestite di niente. Che aspettano. Fumando una sigaretta o parlando con una “collega”. Dalle macchine, gli uomini le guardano e sorridono. Come se si sentissero rassicurati nella loro mascolinità, vedendole lì, senza nessuna volontà o possibilità di scelta e a loro completa disposizione se soltanto lo volessero. Osservando invece i volti delle donne che guardano dalle loro comode e sicure automobili, alcune si mostrano scandalizzate, altre imbarazzate. Tutte assolutamente convinte delle enorme distanza che c’è tra di loro.
Ma non esiste alcuna distanza. Le donne che si prostituiscono non sono merce, non sono cose. Non sono schiave a disposizione della lussuria di uomini senza scrupoli e senza valori. Ma soprattutto queste donne, considerate oggetti e merce da comprare, non risolveranno mai i problemi di frustrazione, insicurezza e depressione di quei piccoli e miserabili omuncoli che vanno da loro.
§ LE PAROLE DELLA CHIESA
Papa Giovanni Paolo II nella lettera inviata il 15 Maggio 2002 all’Arcivescovo Jean -Louis Tauran, segretario per i rapporti con gli stati, affermava: “Lo sfruttamento sessuale delle donne e dei bambini è un aspetto particolarmente ripugnante di questo commercio (la tratta degli esseri umani) e deve essere considerato come una violazione intrinseca della dignità e dei diritti umani.”
La grave tendenza a considerare la prostituzione come un’attività o un’industria non solo promuove la tratta degli esseri umani ma è di per se la prova che ogni volta c’è una maggiore tendenza a separare la libertà dalla legge morale e a ridurre il ricco mistero della sessualità umana ad un semplice prodotto di consumo.
La Conferenza Episcopale Nigeriana in una lettera del 2002 intitolata “Ridare la dignità alla donna Nigeriana” ha evidenziato come una delle più inquietanti manifestazioni dell’edonismo sfrenato che regna è quello di aver fatto della sessualità un mercato in cui le persone, specie le donne, vengono sfruttate in cambio di denaro ( Febbraio 2002).
La Conferenza Episcopale Spagnola ha pubblicato il 27 Aprile 2001 una dichiarazione intitolata “Il dramma umano e morale del traffico delle donne” in cui si fa una profonda analisi dell’argomento che in Spagna costituisce un grave problema e chiede di aiutare i cristiani a prendere coscienza del dramma morale e umano che rappresenta il traffico di queste donne.
I Vescovi Francesi si oppongono energicamente a considerare la prostituzione come un mestiere “è un attentato alla dignità della persona”.
La Convenzione delle Nazioni Unite, anno 1951, definisce che la prostituzione è incompatibile con la dignità della donna.
L’articolo 1 della carta dei diritti della persona afferma che la dignità della persona è inviolabile.
Don Oreste Benzi, fondatore della Comunità Papa Giovanni XXIII, da anni impegnato nella lotta contro la prostituzione ci ricorda che: “Gesù Cristo ci ha donato la partecipazione alla vita divina e sia la donna che l’uomo sono uno solo in Cristo, il corpo umano ci dice l’apostolo Paolo è sacro, infatti l’uomo tutto intero fa parte del corpo mistico di Cristo.
La via fondamentale da seguire è il risveglio della coscienza cristiana, è lo sviluppo della coscienza di essere popolo di Dio che porta la missione di salvezza del Cristo. Il grado di civiltà di un popolo si misura dalla dignità della donna”.
§ PRIMO INCONTRO INTERNAZIONALE DELLA PASTORALE PER LA LIBERAZIONE DELLE DONNE DI STRADA - ROMA
La prostituzione è un oltraggio alla dignità umana, la chiesa è chiamata a difendere con forza i diritti delle donne: così il cardinale Stephen Fumio Hamao all’apertura del primo incontro internazionale della pastorale per la liberazione delle donne di strada, tenutosi a Roma il 20 e il 21 giugno 2005, a cui hanno partecipato tra gli altri anche don Oreste Benzi, il professor Mario Pollo, padre Ottavio Cantarello e suor Eugenia Bonetti
Il traffico di esseri umani e la prostituzione sono “un oltraggio alla dignità della donna”, la Chiesa è “chiamata ad assumere la difesa dei diritti delle donne e della sua immagine”, ha aggiunto il cardinale Stephen Fumio Hamao, presidente del Pontificio Consiglio per la Pastorale dei Migranti. L’incontro ha rappresentato un’opportunità di riflessione per quanti operano sulla strada in difesa delle vittime del flagello della prostituzione. Perché non si può chiudere gli occhi di fronte alla tragedia della prostituzione, delle donne violentate ogni giorno sulle strade di tutto il mondo. Ogni anno, la vita di un milione di persone è travolta dall’aberrante traffico degli esseri umani. Soltanto in Thailandia fra 150 e 200 mila donne finiscono sulla strada, tantissime minorenni. Mezzo milione di donne provenienti dall’Europa orientale sono schiavizzate e costrette a prostituirsi sulle strade della ricca Europa occidentale. Il fenomeno, quanto mai complesso, è stato oggetto di una ricerca del sociologo Mario Pollo, che ha presentato i risultati in una relazione (cf. la relazione alla voce DOCUMENTI). Lo studioso tra le principali cause principali della prostituzione elenca:
“La prima causa, che emerge nel 90 per cento delle interviste, del fenomeno della prostituzione è quello della povertà, soprattutto per i Paesi meno ricchi, dove la povertà spesso diventa misera, miseria anche morale. Secondo tra i motivi alla base della prostituzione è quello di avere subito violenze, sia fisiche che morali, in famiglia, ma anche abbandoni e fughe da casa. Ci sono poi fenomeni come quello della tossicodipendenza, che riguardano non soltanto la ragazza che si prostituisce, ma che spesso coinvolgono familiari; così come quello dell’alcoolismo. Ci sono certamente una serie di fattori. E’ chiaro, allora, che uno dei grandi problemi è quello della prevenzione, come arrivare cioè ad incidere in questi Paesi su questi tipi di cause”.
Occorre “denunciare le ingiustizie e le violenze perpetrate contro le donne, in qualsiasi luogo e circostanza esse avvengano”. E’ stato questo il vibrante appello del cardinale Fumio Hamao, che ha incoraggiato quanti operano sulla strada per liberare le vittime di questo “degradante giogo dello sfruttamento”.
La pastorale per la liberazione delle donne di strada è un segno dei tempi. Secondo don Ottavio Cantarello, direttore della comunità “Samuel”: E’ un segno dei tempi, perché anzitutto si tratta di far recuperare dignità alla persona. Preferiamo sempre parlare di donne prostituite piuttosto che donne prostitute. E questo perché la maggior parte delle ragazze sulla strada sono state vittime di tratte, sono vittime di violenza. Da questo punto di vista, credo che il primo lavoro importante, sia sul piano pastorale che sul piano politico, sia quello della protezione sociale; dare cioè la possibilità ad ogni ragazza di ricominciare una vita che si lasci alle spalle una storia di sfruttamento. In questi ultimi cinque anni, nelle nostre comunità, almeno 3 mila ragazze hanno abbandonato la strada ed hanno iniziato un recupero. Otto mila sono state contattate su 20 mila che si prostituiscono in strada. Credo che questo lavoro di incontro, di ascolto, di valorizzazione e di promozione della persona sia un primo lavoro importante che si apre poi all’accoglienza, al recupero di una dignità attraverso il lavoro, lo studio, l’istruzione o il recupero anche familiare.
Per sanare questa piaga, il problema va tuttavia affrontato con coraggio alla radice. All’Agenzia Fides, la denuncia di suor Eugenia Bonetti, dell’Unione Internazionale delle Superiori Generali:
“Il problema grosso è che dobbiamo lavorare sulla richiesta, sui clienti, e di questo purtroppo non se ne parla mai. E’ qui che la pastorale dovrebbe entrare, con i gruppi di giovani, proprio per educare i nostri giovani al senso di rispetto della persona. E non che si arrivi a dire: io pago e quindi posso andare a comprare sesso per la strada. La dignità di una persona non si può pagare. C’è un grande ruolo che ci aspetta, quello di formare ed informare. E’ un problema di chi cerca, in continuazione, sulla strada sesso a pagamento. A qualsiasi costo, a costo anche della vita di queste donne. Quante di queste donne ho conosciuto che purtroppo non ci sono più, perché sono state uccise, si sono ammalate, sono morte. Non so quante persone siano a conoscenza che i trafficanti usano la povertà di queste donne per avere dei grandissimi guadagni. Una donna nigeriana per potersi liberare da questa situazione, deve cancellare il “debito”, che adesso va da 70 mila agli 80 mila mila euro. E’ qui che la formazione deve entrare. Deve entrare perché dobbiamo capire che nessuno ha il diritto di distruggere la dignità di un’altra persona”.
§ IL LAVORO PASTORALE
In Italia, il numero delle donne schiavizzate ai fini della prostituzione, viene valutato sulle 100 mila unità. Che cosa può fare la comunità cristiana per liberarle? Anzitutto è necessario cambiare la mentalità della gente nei loro confronti. Le ragazze non vengono per prostituirsi vengono perché ingannate sul motivo reale per cui vengono invitate a venire in Italia. Viene loro detto che troveranno lavoro in modo che potranno aiutare le loro famiglie. Ci può essere una piccola parte che sospettano la destinazione prostituzione. Non immaginano mai ciò che succederà, l’orrore della schiavizzazione.
E’ necessario richiamare i cristiani sulla responsabilità che ognuno e tutti insieme si ha nei confronti delle schiave. Chi tace sulla schiavitù la favorisce.
Creare in ogni parrocchia, in ogni aggregazione ecclesiale e nelle congregazioni religiose gruppi di famiglie disponibili all’accoglienza immediata delle ragazze che fuggono dai locali e dalle strade.
Far conoscere in tutte le scuole medie, superiori e università l’orribile condizione di queste creature sfruttate vergognosamente dagli italiani inviando ex ragazze liberate ad illustrare la situazione.
Istituire da parte della Chiesa un numero verde al quale possono telefonare tutte le ragazze oppresse, non è doppione di quello dello Stato, ha una sua originalità perché può dare risposte nella fede.
Ogni parrocchia adotti una ragazza liberata dandole lavoro e uno stipendio.
Formare in ogni Diocesi un gruppo non nominativo ma reale di persone che scelgono come missione l’evangelizzazione di queste creature, dei clienti e di ex sfruttatori.
Dare spazio nei mass-media alle storie dolorose di queste creature.
Queste le che Anna, ex prostituta coatta, ammalata di AIDS contratta sulla strada disse piangendo al Papa Giovanni Paolo II in Piazza S. Pietro il 25 Maggio 2000: “Papà La vita sulla strada è schifosa. Papà libera le ragazze. Papà io mi sono ammalata sulla strada. Papà libera le ragazze. Papà sulla strada ci sono molte ragazze, ma anche tante bambine. Papà libera le bambine.” Anna è morta il 19 Marzo del 2001.
Sofia sulla statale 100 all’altezza del Comune di Cospurso all’invito di don Benzi di lasciare la strada rispose di no per timore di ritorsione sui suoi genitori da parte dei criminali Don Benzi allora le chiese “ma tu sei cristiana?” e lei rispose “lo ero”, le domandò allora “ma perché hai cambiato?” e lei “perché i cristiani vengono da me mi sfruttano e mi tengono schiava.” (Fonte: Don Oreste Benzi, fondatore Comunità Papa Giovanni XXIII).
§ LA TRATTA INTERNAZIONALE DELL’ORRORE
La tratta degli esseri umani è ormai un’emergenza internazionale, seconda soltanto a quella della droga. Soltanto nel 2004, sono arrivate in Europa, attraverso l’Italia, tra le 18 mila e le 25 mila ragazze, spesso minorenni. (Fonte: Conferenza sul potenziamento delle attività di ricerca e raccolta dati sulla tratta di esseri umani, organizzata dall’Oim, Organizzazione internazionale per le migrazioni in collaborazione con il Ministero dell’Interno e degli Esteri, 2004).
Il mercato mondiale del crimine organizzato è dunque in continuo aumento alimentato dal traffico degli esseri umani che si sta trasformando in uno degli affari più redditizi della criminalità organizzata. Le attività illecite più diffuse sono: prostituzione, lavoro nero e sfruttamento dei flussi migratori clandestini. (Fonte: Polizia di Stato, Rapporto Unicri 2003).
Due gli attori principali del drammatico mercato della prostituzione: da una parte il bisogno di sopravvivenza di donne disposte a tutto per fuggire dalla miseria e dalla disperazione del proprio paese d’origine. Dall’altra reti criminali sempre più evolute specializzate nell’immigrazione illegale che hanno trasformato la tratta dei clandestini in uno degli affari più redditizi del mondo della malavita.
Questa nuova industria del sesso recluta le proprie vittime con l’inganno di un futuro migliore o con la forza. Per poi ridurle schiave, oggetti di proprietà privata, merce da vendere e sfruttare.
La realtà più visibile è sicuramente quella della prostituzione da strada, molto diffusa non soltanto in diversi quartieri delle grandi città, ma anche nelle piccole cittadine di provincia, nelle zone adiacenti alle autostrade e nei pressi delle stazioni ferroviarie.
Senza dubbio la strada rappresenta per le prostitute il luogo più spietato di sfruttamento sessuale.
Immigrate dall’Africa, dall’Est europeo, dall’America Latina e dall’estremo Oriente, le donne sono costrette a vivere sui marciapiedi per l’intera giornata, vendute come una merce redditizia da un protettore all’altro e da un’organizzazione criminale all’altra.
Per imparare a rendere il più possibile, sono affidate per i primi tempi a prostitute più anziane, che le addestrano sulle modalità, sui prezzi, sul tipo e la durata dei rapporti sessuali e finanche le frasi da utilizzare con la clientela.
Se la strada costituisce il regno assoluto della criminalità e della schiavitù, però, è anche vero che molte organizzazioni sono riuscite ad estendere i loro tentacoli anche nella prostituzione di lusso o d’alto bordo, nei night e persino in Internet. Dietro locali notturni e siti web che pubblicizzano sesso a pagamento, infatti, molto spesso si nascondono decine di altre schiave, importate da oltralpe e costrette a cedere il loro corpo al miglior offerente.
Secondo gli investigatori (Fonte: Conferenza 2004 sulla tratta di esseri umani organizzata da Oim, in collaborazione con il Ministero dell’Interno e il Ministero degli Esteri), la prima difficoltà da affrontare è quella di riuscire a quantificare un fenomeno che, affermano gli investigatori, è molto simile a quello della droga con un “prodotto” (così vengono considerate dai trafficanti donne e ragazzi) che ha un paese di origine, un altro di transito e uno di destinazione.
Purtroppo nel caso della tratta degli esseri umani ci troviamo di fronte ad un fenomeno nel quale la vittima non denuncia per paura e, quindi, si instaura un micidiale muro di silenzio.
Un muro di silenzio che in Italia può essere rotto grazie all’art. 18 della legge sull’immigrazione che consente alle donne vittime di tratta di poter denunciare lo sfruttatore, avendo in cambio protezione e permesso di soggiorno.
· I GRUPPI CRIMINALI
La criminalità organizzata che tiene in mano questo vergognoso mercato del sesso ha i suoi agenti sparsi per tutta l’Europa. Per lo più sono criminali nigeriani, albanesi, rumeni e macedoni che adescano le loro vittime, approfittando della penosa situazione di miseria in cui vivono e ingannandole con promesse di una vita migliore con un lavoro che non sarà mai quello che hanno prospettato. Quando questi criminali le hanno legate a sé totalmente, propongono il viaggio nel paese di destinazione. Arrivate nella città prestabilita, il criminale vende la preda e poi si dilegua. Le ragazze comprate diventano proprietà assoluta di questi nuovi padroni-criminali che le costringono a prostituirsi. Tutto è calcolato e misurato, anche il tempo, il prezzo. I criminali stabiliscono anche la quantità di denaro che devono guadagnare ogni giorno, ogni notte.
Tante ragazze vengono, poi, rivendute ad altri proprietari, e questo finché è possibile, finché dura.
I criminali che sfruttano le donne riescono ad agire impunemente e anche quelli che finiscono in prigione ci rimangono poco, le forze dell’ordine spesso sono demotivate. (Fonte: Don Oreste Benzi)
Con il commercio di esseri umani, la posta in gioco è un giro d’affari milionario. Ma ogni paese ha le sue regole, e di conseguenza ogni gruppo criminale, a seconda dell’etnia, impone leggi e comportamenti differenti sul mercato della prostituzione.
I più violenti sono gli albanesi, che esercitano il controllo diretto delle loro schiave, attraverso la presenza fisica nei luoghi della prostituzione. Numerose testimonianze raccontano di omicidi efferati e di violenze inaudite e sistematiche praticate dagli sfruttatori nei riguardi delle vittime della tratta. Torture e violenze sessuali di gruppo sono praticate ancora prima del trasferimento in Italia, nei riguardi di donne sequestrate. Gli episodi più cruenti, però, coinvolgono immigrate condotte in Italia con l’inganno, che hanno tentato la fuga dopo aver capito a che cosa sarebbero realmente andate incontro. I protettori albanesi sono padroni assoluti della vita delle loro ragazze, che controllano direttamente. Impongono luoghi, orari, spostamenti, modalità di esercizio della prostituzione e tariffe da applicare alle prestazioni. Attualmente sembrano meno aggressivi perché hanno in parte dirottato i loro interessi verso il traffico di stupefacenti. Gli albanesi hanno stabilito legami particolarmente stretti con le organizzazioni italiane, ma anche con i gruppi criminali di altri paesi dell’area balcanica. Sono sotto il loro diretto controllo, ad esempio, i gruppi criminali kosovari, che per adesso non sembrano agire autonomamente in Italia. I kosovari si occupano soprattutto di individuare le ragazze da avviare alla prostituzione.
Piccoli gruppi su base familiare operano in reciproco collegamento per la tratta degli esseri umani, all’interno di un paese come il Kosovo, che rappresenta un crocevia redditizio tra Macedonia, Montenegro ed Albania.
Connesso alla collocazione strategica del paese nelle rotte dell’immigrazione è anche il ruolo rivestito dalla criminalità rumena. Il paese, infatti, costituisce un’area di smistamento e un vero e proprio bacino di approvvigionamento delle donne destinate ai mercati europei.
Non instaurano rapporti diretti con le prostitute, invece, i gruppi serbo-bosniaci. Gli organizzatori del traffico, infatti, operano soltanto nel paese d’origine e si servono di connazionali che fungono da reclutatori o da filtri.
Ha caratteri assolutamente peculiari la prostituzione di matrice centroafricana. Gli sfruttatori, in particolare quelli nigeriani, incatenano le ragazze con il ricorso a pratiche Wodoo. Le prostitute di colore, che per la maggior parte vengono reclutate con il meccanismo dell’ingaggio per debito, diventano incapaci di reagire sotto la pressione e il condizionamento di numerose credenze di origine tribale.
Meno dediti all’industria del sesso sono i cinesi, che si sono specializzati prevalentemente nello sfruttamento economico di connazionali, ridotti in schiavitù e costretti a lavorare clandestinamente e in condizioni disumane nel settore tessile e nella ristorazione. (Fonte: Servizio centrale operativo, Polizia di Stato.it).
Ma la schiavitù sessuale, e la conseguente schiavitù economica, è soltanto una delle forme di sfruttamento praticate dal sistema criminale. Il traffico degli esseri umani, infatti, molto spesso è destinato a diventare fonte di guadagno anche per altri e diversi mercati illegali.
Esiste anche una forma di schiavitù familiare. Si tratta di una delle forme più oppressive. Il cliente affitta dal racket la ragazza che vuole, la tiene come colf. La sfrutta sessualmente e le fa fare tutti i lavori in casa. Questa forma di schiavitù sessuale è in aumento a Napoli, Roma, Milano.
· I CLIENTI
I primi responsabili-colpevoli sono i clienti. Il 6% sono giovani dai 16 ai 24 anni. Il 20% dai 24 anni ai 40 anni. Il resto (il 41%) uomini dai 40 anni in su. La maggior parte sono sposati. Il 30/40% delle coppie non hanno più rapporti.
I giovani vanno dai transessuali. Molti si “cuociono” con la droga prima di andare dai trans.
Oggi da parte del cliente prevale la richiesta di dominare la donna che si offre, più che di goderla sessualmente. Si potrebbe dire che viene cercata più un’esperienza di dominio che non un orgasmo sessuale.
Dominare vuol dire aver la percezione che quella donna dipende, per quel periodo, da chi la paga.
Il gesto dell’acquisto, tirare fuori i soldi dal portafoglio, risponde certo all’esigenza di chi si vende, ma è un’esigenza di comprare, è come esprimere un diritto al dominio.
Nella contrattazione, il cliente chiede la possibilità di realizzare cose che abitualmente non gli sono consentite dalla moglie, che fanno parte di una fantasia perversa, che sono sempre però, segnale di dominio.
Non sempre le prestazioni pattuite vengono davvero espletate. E’ una caratteristica di questo periodo storico: si arriva a volere non il sesso, ma i 15 minuti di dominio assoluto.
Sono particolarmente richieste le prostitute che provengono dai paesi più poveri, perché sono diverse, non rientrano nella nostra identità e sono pertanto disposte a fare cose che le altre non fanno.
Siamo di fronte, per lo più, a personalità deboli, fortemente frustrate anche socialmente. Il cliente fa parte di coloro che sono qualcuno, ma non quello che vorrebbero essere; di chi ha una posizione minima, ma comunque dignitosa, anche se non è quella cui aspirerebbe. E’ certamente una persona che ha acquisito una nicchia sociale di una certa sicurezza, ma che dal punto di vista del vissuto del singolo, è in una condizione di frustrazione.
Ecco perché diventa importante la ricerca di un potere.
In questo periodo storico, come non mai, è stata descritta una forma di impotenza maschile, chiamata “da disinteresse” dell’organo.
La prostituzione diventa sempre meno un fatto di sesso e sempre più un affare di relazione. L’età media del cliente è intorno ai 40 anni, quella in cui uno percepisce che la sua posizione nel mondo, sul metro del potere, è ormai determinata e non ammette salti notevoli. Molto spesso esiste una moglie con la quale viene intrattenuta una visione sessuale anche attiva; ma ciò che non può essere ottenuto da lei è, appunto, quella prestazione particolare che è segno di dominio; anzi, sono persone che anche nella sfera familiare risultano piuttosto succubi.
Sono quelle persone che, durante un rapporto, vogliono raccontare la propria storia e spingono l’altra a farlo, come se l’acquisto comprendesse anche una tale possibilità psicologica di relazionarsi.
Siamo quindi giunti alla perversione ideologica di affermare che il tradimento serve alla famiglia.
C’è il cliente che cerca la prostituta di colore. E’ un tipo di uomo che cerca propriamente una sessualità nuova, fuori della norma, per godere un’esperienza mai fatta.
C’è il cliente che desidera una prostituta giovane: “le albanesi, le ucraine”. Ragazze molto giovani che vengono qui con prospettive che sono ben altre della prostituzione. Queste ragazze si sanno dare affettuosamente. Questi clienti cercano la relazione, raccontano la loro storia e la ragazza racconta loro la sua.
Il cliente che cerca il transessuale. E’ il bisogno di un uomo che va da una persona che ha tutte le caratteristiche della donna; ma esplorando questo corpo, scopre che c’è un pene. E’ una prostituzione che mette in discussione l’identità.
Il rapporto pedofilo. – Non è una relazione umana, ma un crimine. Nel cliente spesso c’è il senso della vigliaccheria poiché l’uomo si rende conto che approfitta della povertà, della miseria, della schiavitù di queste ragazze e che per tenerle schiave paga un criminale che le assoggetta.
Le ragazze dell’est e del centro Europa e le albanesi non sono molto sensibili al motivo religioso, oggi poi le difficoltà di dialogare con loro sulla strada sono accentuate dal ferreo controllo dei papponi. E’ possibile un certo lavoro sui clienti pentiti anche sul piano religioso, è necessario iniziare a sviluppare una grande campagna per il ravvedimento dei clienti. E questo è stato portato avanti ancora troppo poco. (Fonte: suor Eugenia Bonetti, don Oreste Benzi).
· LE VITTIME
Le caratteristiche delle vittime variano considerevolmente. In primo luogo, il Paese di provenienza. Le vittime sfruttate nel mercato del lavoro sotterraneo provengono principalmente dalla Cina (industria tessile) e dall’Europa orientale (agricoltura), mentre le donne impiegate nel mercato del sesso sono soprattutto nigeriane, albanese e dall’Europa orientale, principalmente rumene, moldave, ucraine, bielorusse, russe. In minore percentuale provengono dalla regione baltica e dai paesi sudamericani (Ecuador, Colombia).
Tutte le donne sono giovani o molto giovani, l’età media va dai 18 ai 22- 23 anni. Ci sono anche casi di ragazze minorenni, soprattutto dai paesi dell’Est e dalla Colombia.
Questo è dovuto alla forte richiesta del mercato per le ragazze vergini e per il loro aspetto fisico più attraente. Le ragazze minorenni hanno documenti falsi tolti alle donne più vecchie. La maggior parte delle vittime proviene dalle campagne e appartiene a un basso o molto basso livello sociale (come è il caso delle donne dalla Cina, Nigeria e a volte da Europa orientale).
Dall’Albania e da alcuni paesi dell’Est arrivano anche donne che appartengono alla classe media cittadina, anche se le loro case sono alla periferia delle grandi città e in quartieri degradati.
Il grado d’istruzione è solitamente basso; le vittime possiedono (comunque non sempre) un livello elementare (le nigeriane sono di solito parrucchiere o sarte e sono convinte di venire in Europa per continuare la loro professione). Le donne dell’Est, hanno un grado più alto di istruzione.
“Oggi – dice don Oreste Benzi in Italia le donne sfruttate attraverso la prostituzione provengono dall’Africa per il 50% circa. Dalla Nigeria 90% in particolare da Benin City. Altre in numero ridotto rispetto alle nigeriane provengono dal Camerun, dal Ghana, Costa D’Avorio, Togo e Marocco. Altre donne sfruttate arrivano dall’Albania, Bielorussia, Brasile, Bulgaria, Cina, Colombia, Equador, El Salvador, Federazione Yugoslavia, Lituania, Polonia, Repubblica Ceca, Repubblica Domenicana, Romania, Moldavia, Ungheria, Uruguai, Ucraina e Russia. Le italiane non ci sono più su strada e ben poche anche nei locali. Di prostitute italiane rimaste sono tutte di alto bordo”.
Le ragazze vengono reclutate da procacciatori che si servono di lori conoscenti. Questi procacciatori procurano i documenti necessari all’espatrio, servendosi spesso di impiegati corrotti presso le varie ambasciate. Mentre nel momento della seduzione i procacciatori si comportano in modo splendido; appena le ragazze sono saldamente nelle loro mani , diventano spietati.
Vengono ingannate con promesse di lavoro (baby sitter, commesse, etc.). Quando arrivano a destinazione viene loro detto il “lavoro” che devono fare. Tutte reagiscono rifiutandosi, ma vengono costrette con minacce e violenze.
Non è difficile appurare la condizione di schiavitù: sottrazione del passaporto, sottrazione di tutto il denaro ricevuto dai clienti, privazione della libertà; impossibilità di prendere la minima decisione su se stesse.
Alle nigeriane se recalcitrano a lungo viene rinnovato il temutissimo rito woodo, oppure vengono percosse e sottoposte a torture.
Sono minacciate di ritorsioni sui familiari per impedire che fuggano. Le donne nigeriane hanno un profondo senso religioso. mentre 10, 12 anni fa erano quasi tutte Cattoliche ora invece appartengono ai Pentecostali, o di altre denominazioni religiose. Con loro è facile entrare in temi spirituali, io chiedo loro “tu ami Gesù?” mi rispondono sempre “sì, è mio amico” e aggiungo “e piace a Gesù il lavoro che fai?” “ No” mi rispondono e dico ancora “allora perché continui?” “Sono costretta” mi rispondono. “Perché?” La risposta è sempre “per il denaro che devo pagare” in genere oggi 50 mila” euro. (Fonte: Don Oreste Benzi, Primo Incontro Internazionale della Pastorale per la Liberazione delle Donne della Strada Vaticano, 20-21 Giugno 2005)
§ L’IMPORT-EXPORT DEL SESSO
Le albanesi che arrivano in Italia non pagano il loro viaggio. Lo sfruttatore, che le accompagna durante il viaggio, anticipa per loro la somma (tra i 75 e i 250 euro) che poi le vittime devono restituire al momento del loro arrivo in Italia.
Le donne trafficate dalla Nigeria devono invece rimborsare all’organizzazione criminale la spesa del viaggio, l’alloggio fornito e il trasporto durante il loro lavoro di prostituzione. Inoltre c’è anche una somma da pagare per il rilascio del documento sequestrato all’arrivo in Italia.
L'importo totale si aggira approssimativamente intorno ai 40 mila euro. Di solito, 25 mila euro sono pagati alla partenza dal paese di origine, come deposito per le spese di viaggio, mentre il pagamento finale viene preso dai guadagni della donna con la prostituzione.
Molte donne devono pagare da un minimo di 250 euro ad un massimo di 500 euro ogni mese alle loro madame; altrimenti vengono picchiate.
Le donne nigeriane devono lavorare ininterrottamente per almeno due anni per ottenere la loro libertà e rimborsare il debito intrapreso Per quanto riguarda le donne dell’Europa dell’est, le loro testimonianze rivelano che guadagnano in media 500 euro a notte (299 secondo l'ufficio del procuratore di Lecce, alcune prostitute straniere arrivano a guadagnare fino a 2.000 euro al giorno): questo è l’obiettivo imposto dagli sfruttatori se le donne vogliono evitare punizioni pesantissime.
Le ragazze possono tenere quasi niente. Sono obbligate a rimborsare le somme pagate in anticipo dall’organizzazione criminale per il loro viaggio (intorno ai mille euro dalla Romania) e per i loro documenti falsi (1.500-2.500 euro) e devono anche pagare i servizi assicurati dall’organizzazione, quali l’alloggio (10 euro a notte) e il trasporto ai loro posti di lavoro (5 euro a notte). Sono previste multe per ogni minima infrazione delle regole (troppo tempo con i clienti, non indossare i pantaloni corti, ecc.).
Queste informazioni sulle spese che le donne devono affrontare una volta che sono arrivato in Italia, sono confermate dall'ufficio del procuratore di Ascoli Piceno, che ha fornito una delle analisi finanziarie più complete dei profitti realizzati dalle organizzazioni criminali attive in questa attività illecita. L’ufficio ha accertato i profitti realizzati con la prostituzione e i costi sostenuti dai gruppi criminali. Questi dati, insieme ad una valutazione del numero di donne controllate da un'organizzazione criminale, permettono il calcolo indiretto del giro d'affari, che varia secondo il tipo di sfruttamento sessuale (una prostituta di appartamento è più costosa (in media 150 euro per servizio sessuale) che la prostituta in strada, dove vengono forniti più servizi in meno tempo.
Per quanto riguarda lo sfruttamento delle donne rumene le tariffe per i servizi sessuali variano da un minimo di 50 euro per delle richieste normali fino a 100 euro per i servizi speciali e a più di 200 euro per qualsiasi altro servizio eccezionale;
- numero di clienti al giorno per ogni donna: 10 (media);
- guadagni quotidiani in media: 500-600 euro;
- giornate lavorative al mese: 30/30;
- numero di donne controllate da un’organizzazione criminale: presumibilmente alcune dozzine;
-percentuale dei guadagni della prostituzione confiscata dall’organizzazione criminale: minimo 50% (solitamente è più alta);
- costi supplementari: indennità per “cattiva condotta”, percentuale sulle spese personali, acquisti, spese viventi.
La spesa principale sostenuta dalle donne è il costo del loro viaggio in Italia, che comprende:
- il viaggio: 500 euro;
- passaporto: se falso, 300 euro; se valido, 300 dollari;
- assicurazione medica e soldi liquidi dati in anticipo: 500 euro.
In media, la somma da rimborsare dai primi guadagni dalla prostituzione si aggira intorno ai mille – duemila euro a donna.
Oltre a queste spese iniziali, ci sono quelle quotidiane che le vittime devono togliere dalla somma che gli sfruttatori decidono di lasciare a loro. Queste sono l’affitto mensile (ammonta intorno a 750 euro al mese), le bollette per il telefonino (le rumene hanno due linee, una per i clienti e l’altra per comunicare con l’organizzazione criminale, che di solito riceve soltanto le chiamate) e altre cose essenziali e servizi, tra cui l’acquisto dei preservativi (per esempio: se una donna guadagna in media 4.500 euro a settimana, tiene per se circa 500 euro)
Le organizzazioni criminali, al contrario, non sostengono costi nel funzionamento del loro commercio illegale tranne che il pagamento anticipato per il trasporto delle vittime. Inoltre, le organizzazioni criminali possono finanziarsi perché i soldi ricavati dallo sfruttamento vengono riutilizzate nelle successive operazioni di traffico.
Quello che rimane, cioè il profitto, è reinvestito nel paese d’origine, anche in attività legali.
§ I TRE TIPI DI SFRUTTAMENTO SESSUALE
Tre le forme principali di sfruttamento sessuale: prostituzione nei night-club; prostituzione in appartamento; prostituzione per strada.
La prostituzione nei night-club è la forma “up-market” della prostituzione dove le ragazze lavorano apparentemente come accompagnatrici o hostess che consigliano ai clienti di comprare le bevande. Viene considerata una forma meno netta di prostituzione, più esattamente chiamata di “semiprostituzione”. Dalle informazioni ottenute dalle forze dell’ordine, le ragazze possono essere nelle situazioni di: a) dipendenza totale o e soggiogamento allo sfruttatore/padrone del night-club; b) semi-dipendenza (specialmente se possono incontrare i clienti fuori dai loro orari di lavoro).
Nel primo caso il club ha stanze (i cosiddetti privés) dove le donne forniscono servizi sessuali e per quali parte del pagamento viene preso dal proprietario del club. In altri casi, le donne possono scegliere di ricevere i clienti a casa. Le donne che lavorano come prostitute nei club sono (relativamente) più protette perché hanno margini di scelta e libertà personale e i loro clienti sono più ricchi. Questa forma di prostituzione riguarda soprattutto le donne dell’Europa orientale. Questo anche a causa dell’enorme affluenza delle donne nigeriane e albanesi che ha costretto le altre prostitute a trovare altri posti dove lavorare.
Prima di essere prese in un night-club le ragazze vengono attentamente selezionate in base al loro aspetto e alla loro età in modo da soddisfare il gusto dei futuri clienti.
La prostituzione in appartamento si è sviluppata per trovare vie alternative alle strade o ai night-club, che ormai erano saturi.
Questa viene considerata prostituzione di medio livello ed è organizzata da organizzazioni criminali dell’Europa orientale che sfruttano le connazionali.
Secondo le indagini condotte e gli atti portati dall’ufficio del procuratore di Ascoli Piceno, le donne vengono alloggiate in coppie (raramente tre di loro insieme) in appartamenti affittati (a nome delle stesse, che firmano il contratto) da agenzie immobiliari del posto. I servizi sessuali vengono pubblicizzati sui giornali locali, con le fotografie delle donne, i loro numeri di telefono (del cellulare) e a volte le loro misure e i tipi di servizi sessuali offerti.
Le ragazze vivono in semi-reclusione. Lavorano una media di quattordici ore al giorno dalle 10 alle 24. La durata di un incontro sessuale, imposta dall’organizzazione, non può essere più lunga di 15-20 minuti.
Possono uscire di casa soltanto per comprare da mangiare o altre cose necessarie e dopo avere avuto il permesso dal loro controllore, che le contatta soltanto per telefono.
Le forme di controllo più comuni sono: controllo reciproco fra le compagne di casa (vietata ogni forma di amicizia); controllo di ogni movimento (deve essere chiesto il permesso per ogni movimento; obbligo di non attrarre attenzione, una regola che si applica anche ai membri dell’organizzazione criminale che, quando sono sul territorio italiano, non devono ostentare la loro ricchezza, come invece fanno nel loro paese d’origine); controllo psicologico (sottrazione dei documenti validi e di qualsiasi oggetto personale che potrebbe aiutare nella identificazione di una vittima); raggiungimento degli obiettivi economici imposti; violenza, coercizione e minacce, intimidazione, assoggettamento, punizione e ricatto.
Tutti gli spostamenti delle donne avvengono con la complicità di “tassisti complici” delle organizzazioni criminali. Una volta alla settimana i “tassisti complici” prendono le donne perché consegnino i loro guadagni al loro capo in un posto deciso da quest’ultimo. Questo tipo di prostituzione elude più facilmente la legge. È difficile da dimostrare il contatto fra le donne e i loro sfruttatori, così come la complicità di alcuni settori della società: per esempio, gli agenti immobiliari che affittano gli appartamenti a prezzi più elevati di quelli di mercato, (secondo l’ufficio del procuratore di Perugia, l’affitto di un appartamento usato per ricevere clienti può arrivare fino a 2 mila euro al mese), o i tassisti che forniscono il trasporto.
Infine la prostituzione in strada è la forma più bassa di prostituzione ed è praticata soprattutto dalle albanesi e dalle nigeriane. Il pezzo di marciapiede è spesso diviso da prostitute secondo i diversi gruppi etnici. Le vittime sono costrette a lavorare molte ore e spesso i loro clienti sono di bassa estrazione sociale con pochi mezzi economici. Le ragazze spesso lavorano lontano dalle loro abitazioni. E questo riduce i rischi di venire scoperte di venire scoperte per i loro sfruttatori. La libertà goduta dalle prostitute di strada è soltanto apparente. I loro sfruttatori le controllano da vicino perlustrando i loro posti di lavoro.
I modi e la durata dello sfruttamento sono diversi per ogni gruppo etnico. Le donne nigeriane, per esempio, sono sfruttate fino a che non hanno rimborsato il loro debito. Questo periodo di solito dura un paio di anni e dipende dalla percentuale dei guadagni che le vittime pagano ogni mese agli sfruttatori. Va considerato, tuttavia, che le condizioni di lavoro e di vita delle donne nigeriane danno loro una corta aspettativa di vita, che a volte non arriva a estinguere il debito. Quelle che riescono a sopravvivere di solito si uniscono all’organizzazione criminale e lavorano come mamans.
Le donne albanesi sono invece costrette a lavorare come prostitute per tutta la loro vita. Le regole imposte loro e i modi del loro reclutamento (cioè inganno o rapimento) comportano lo sfruttamento incondizionato e per un periodo di tempo indeterminato. Per questo motivo, la loro unica possibilità di fuga è quella di rivolgersi alle forze dell’ordine e denunciare i loro sfruttatori
§ IL RECLUTAMENTO
I metodi usati per reclutare le donne alla prostituzione variano a secondo del paese di origine della vittima.
Nigeria
Le donne della Nigeria possono essere reclutate in base a:
- vendita;
- contatto di amici, conoscenze, parenti;
- cooptazione
Nel primo caso, le donne sono reclutate dai villaggi più poveri e di solito vengono vendute dalle loro famiglie. Non è applicato nessun criterio di selezione, neppure quello estetico. Le vittime sembrano essere informate dall’inizio che saranno impiegate come prostitute in Italia. Nel secondo caso le donne sono contattate da conoscenti o amici della famiglia o dai parenti con false promesse di un lavoro onesto in Europa, spesso come parrucchiere e/o sarte.
Per concludere, il reclutamento può avvenire per cooptazione. Una volta che le donne già trafficate e sfruttate in Italia hanno rimborsato i loro debiti ai loro sfruttatori, entrano a far parte dell’organizzazione criminale, facendo loro stesse prima da reclutatrici delle vittime e poi da controllori.
Albania
Diversamente dalle donne nigeriane, in Albania il reclutamento è basato su:
- gli ordini di un membro del clan al quale la donna appartiene;
- violenza e, in casi estremi, rapimento;
- legami sentimentali e false promesse di matrimonio.
La prima forma di reclutamento appartiene alla cultura albanese, dove i rapporti fra i membri del clan sono regolati da un codice morale che sostituisce la legge e stabilisce i ruoli, i poteri e gli obblighi e colloca le donne nella posizione più bassa della società.
Un metodo più convincente di solito viene usato con le donne più giovani. Quando questo non funziona, si passa alla violenza e perfino al rapimento.
In alcuni casi le ragazze vengono rapite e violentate quando sono ancora minorenni per impedire ogni forma di ribellione.
Molte donne adulte sono ingannate con promesse di matrimonio dal trafficante o con la bugia del miglioramento del loro livello di vita o di quello di coppia (quando la donna è legata allo sfruttatore).
Europa Orientale
Le donne dell’Europa orientale (Romania, Paesi baltici, Ucraina, Russia, Bielorussia, Moldavia e le Repubbliche sovietiche in generale, sono fra i paesi più coinvolti) vengono reclutate con metodi diversi a seconda del paese d’origine e delle caratteristiche della donna.
I metodi più comuni sono:
- contatti nei night club (nel caso di donne che già lavorano come prostitute nei loro paesi di origine)
- agenzie di moda e/o agenzie di viaggio-studio, pubblicizzate su giornali locali;
- conoscenza diretta e/o indiretta di amici o di parenti;
- reclutamento in Italia;
Le donne che già si prostituiscono nel loro paese vengono contattate da individui (a volte che le vittime già conoscono) che offrono un lavoro come ballerina di night club o come prostituta di notte, adescandole con promesse di grandi e rapidi guadagni. In questo tipo di reclutamento l’80% delle donne decide volontariamente di venire lasciare il proprio paese per lavorare come prostituta.
In questo caso le vittime sono informate del tipo di lavoro che andranno a fare, ma non conoscono le circostanze in cui saranno costrette a lavorare, né che la maggior parte (se non tutti) dei loro guadagni verrà preso dall’organizzazione criminale.
Ci sono poi varie agenzie specializzate nell’organizzazione di vacanze-studio e/o lavoro all’estero nelle compagnie di intrattenimento e di moda.
Queste agenzie mettono le loro pubblicità sui quotidiani. Nel caso delle agenzie di intrattenimento e di moda, le vittime sono ragazze attraenti attirate da un futuro sulle passerelle o davanti le macchine fotografiche. I reclutatori possono anche usare la loro conoscenza (diretta o indiretta) della vittima: gli ex boyfriends o gli amici di infanzia si mettono in contatto con le ragazze e le persuadono che, grazie alla loro amicizia e fiducia, possono diventare rapidamente ricche lavorando come prostitute all’estero.
Per concludere, esiste il reclutamento direttamente in loco, nel Paese. Per es. in Italia. In questo ultimo caso, le donne che sono entrate illegalmente in un Paese senza l’assistenza di un’organizzazione criminale, o che sono entrate legalmente nel paese con i visti turistici o di studio, vengono convinte a rimanere oltre la data di scadenza dei loro visti per lavorare come prostitute. Le vittime accettano questa proposta perché hanno bisogno di soldi. Il controllo su questo tipo di prostituzione viene esercitato dai criminali locali, non dalle grandi organizzazioni criminali.
Esistono anche forme violente di reclutamento che riguardano alcuni casi di ragazze minorenni rapite, violentate e costrette a lavorare come prostitute.
Diversamente delle vittime di altre origini etniche, le ragazze dell’Europa dell’est sono sottoposte ad una selezione basata su tre test di verifica: l’età (devono essere giovani, anche minorenni considerata la notevole richiesta di vergini), l’aspetto fisico e l’abilità sessuale.
§ LA TRATTA DELL’ORRORE IN ASIA CENTRALE
Se l’Asia Centrale non può essere riconosciuta al momento come un “punto caldo” per il traffico, c’è però un enorme flusso irregolare di persone all’interno e fuori della regione.
La caduta della economia russa alla fine degli anni 90 ha causato centinaia di migliaia di nuovi poveri tra Tajiks, Kyrgyzs e Uzbeksn che cercavano lavoro fuori dai loro confini ogni anno.
I primi studi sul traffico nella regione (IOM Kyrgyzstan, 2000; IOM Tajikistan, 2001) suggeriscono che la forma più diffusa nella tratta di esseri umani è quella dello sfruttamento sessuale: lo studio sul Kyrgyzstan per esempio (IOM Kyrgyzstan, 2000) riporta che questo costituisce il 90% del traffico di persone. Nel 2004, IOM Kyrgyzstan ha confermato questo triste fenomeno.
In Uzbekistan, esiste un vero e proprio mercato degli schiavi, dove i prezzi sono calcolati in base all’occupazione e alla nazionalità.
Il debito che queste ragazze devono estinguere con i loro aguzzini e sfruttatori varia da 10 mila a 18 mila euro. Il massimo che possono guadagnare in un giorno è 400 euro. Se lavorano per sfruttatori che fanno pagare loro l’alloggio e che mettono tasse e interessi anche al più piccolo prestito, la possibilità per le donne di estinguere il debito e di tornare a casa, si allunga nel tempo.
L’ufficio IOM a Tashkent segnala che la maggior parte delle donne ricevono a prestazione dai 7 ai 15 euro al massimo. Molte donne intervistate riferiscono che i trafficanti Uzbechi sono molto brutali.
Un’indagine condotta su un campione di 100 donne che si prostituivano (IOM Tajikistan, 2001) ha trovato che soltanto il 7% ha viaggiato all’estero in modo indipendentemente, mentre oltre la metà era andato come componente di un gruppo organizzato da un trafficante o da un’agenzia di viaggio. Un terzo era stato ingannato dagli intermediari e due terzi dai datori di lavoro. Appena meno dei due terzi (62%) era stato sfruttato in più di un'occasione, la metà era stata sottoposta alla violenza e tre quarti avevano provato l’estorsione dai clienti e dai soldati di frontiera.
· NUMERI E STIME DEL TRAFFICO PER SFRUTTAMENTO SESSUALE
Kazakhstan
· Si stima che 2 mila donne Kazakh vengono sfruttate nell’industria del sesso in sud Corea
· Dati del ministero degli Affari Interni per i rimpatri registrati nel 1999 – Grecia (25), UAE (Emirati Arabi Uniti) (21), Turchia (16), e Israele (3). Nel 2001, le forze dell’ordine hanno registrato 40 volte questo numero.
Kyrgyzstan
· IOM stima che 4 mila donne e ragazze vengono trafficate per sfruttamento sessuale, il 10% è minorenne.
Tajikistan
· Il Ministero della Sicurezza Nazionale stima che 900 donne sono state coinvolte nel mercato del sesso, prima del 2000.
· Il Ministero dell’Interno stima che, in base al numero dei processi, nel 2000, 350 donne sono state trafficate per sfruttamento sessuale all’interno del paese (IOM, 2001).
· 270 donne provenienti dalla regione della Sogd si trovano attualmente nelle prigioni degli Emirati Arabi Uniti (BBC, 2003).
· Nel 2002-2003, IOM ha registrato 405 casi di traffici di persone (soprattutto per sfruttamento lavorativo). Nel settembre – dicembre 2004, sono stati registrati 41 casi di traffici. IOM ha fornito assistenza a 200 donne nel 2000, e a 646 donne nel 2002.
· Nel 2004, il Ministero dell’Interno ne ha calcolate oltre 300 mila.
Uzbekistan
· La Foundation for Women, una Ong thailandsese, riporta un aumento di presenze delle donne Uzbek: nel 1999 sono arrivate 2695 donne, e sono diventate il doppio nel 2000, (5017), 228 sono state trattenute dalla polizia dell’immigrazione; molte di loro provenivano da Samarkand o Tashkent. Nel 2002 sono state identificate 86 donne Uzbek nel centro di detenzione di Bangkok.
· Un grande numero di donne imprigionate negli Emirati Arabi Uniti per prostituzione vengono dall’Uzbekistan.
· Le donne Uzbek hanno preso il posto delle Moldave per quanto riguarda la nazionalità più diffusa delle donne trafficate detenute in Israele (US Department of State, 2004).
(Fonte: Fertile Fields: Trafficking in Persons in Central Asia A report prepared by Liz Kelly Child and Woman Abuse Studies Unit London Metropolitan University April 2005).
§ LE BATTAGLIE DA FARE
La prostituzione è un male, nessun male può essere regolamentato, ma va tolto, eliminato. I quartieri a luci rosse sono un abominio.
In Svezia la legge 408/98 entrata in vigore nel 2002 ha risolto il problema prostituzione. Sono proibiti i rapporti sessuali a pagamento. La Svezia ha risolto il problema della prostituzione schiavizzata, ma soprattutto sta raggiungendo lo scopo di modificare il costume degli svedesi verso la prostituzione.
Come il Signore ha detto nel Levitico 19,19 “Non deve esserci prostituzione nel paese” così tutti i Cristiani devono impegnarsi perché non ci sia prostituzione nei paesi dove vivono, con la vita e la Parola soprattutto sviluppando la vita nel Signore e operando per la giustizia come popolo.
Nessuna donna nasce prostituta c’è sempre qualcuno che la fa diventare. Chi tace sull’ingiustizia ne è complice.
§ DOCUMENTI
Rapporto del professore Mario Pollo presentato al I Congresso Internazionale per la Pastorale delle Donne di Strada tenutosi a Roma il 20 e 21 giugno 2005
Riguardo al rapporto il professore Mario Pollo avverte che il lavoro fatto “sconta tre limiti. Il primo è quello della scarsità delle risposte pervenute. Il secondo quello di una compilazione parziale e spesso soggettiva del questionario inviato. Infine, il terzo limite è costituito dal fatto che alcune risposte riguardano il territorio nazionale e altre una sola città. I rapporti su cui si è basata l’elaborazione sono stati undici”.
§ L’ENTITÀ DEL FENOMENO NELLE DIVERSE REALTÀ LOCALI
L’entità del fenomeno nelle diverse realtà locali
L’effetto evidente di quest’ultimo limite è visibile nella tab. 1 relativa alla stima del numero di prostitute presenti nelle diverse realtà territoriali oggetto dell’indagine, dove si va dal numero di 300 prostitute attive nella città di Dublino ai 3.000.000 dell’India (secondo un’altra stima giunta pochi giorni fa le prostitute sarebbero solo (500.000).
La diversità delle aree territoriali (una sola città o un’intera nazione) prese come riferimento non consente una stima attendibile della presenza di questa piaga nelle diverse società umane.
La tab. 2 indica, comunque, analiticamente i dati che sono stati forniti dalle undici realtà territoriali.
1. Numero medio donne di strada
|
|
N |
Minimo |
Massimo |
Media |
Deviazione std |
|
Stima numero prostitute nella realtà locale |
10 |
300,00 |
3000000,00 |
332230,00 |
939232,69 |
2. Stime per aree
|
Irlanda/Dublino |
300 |
|
Danimarca/Copenhagen
|
4.000 |
|
India
|
3.000.000 (500.000) |
|
Belgio
|
15.000 |
|
Francia
|
18.000 |
|
Italia
|
40.000 |
|
Repubblica Ceca
|
30.000 |
|
Thailandia
|
200.000 |
|
Estonia |
5000 |
|
Colombia
|
35000 |
Le caratteristiche delle donne di strada
L’arco di età delle donne che praticano la prostituzione è molto ampio in quanto va dagli 8 anni ai 60/65 anni. Questi estremi che toccano l’infanzia e la vecchiaia sono presenti in particolare nei paesi extraeuropei, in quelli asiatici e in quelli sudamericani.
Nei paesi europei dell’ovest l’età media varia normalmente tra i 18 e i 30 anni mentre in quelli dell’est tra i 14 e i 45 anni.
3. Età
|
|
Minimo |
Massimo |
Media |
|
Età |
8,00 |
65,00 |
24,20 |
La maggioranza dei paesi che hanno risposto alle domande del questionario sono paesi di destinazione della tratta. Per questo motivo solo un terzo di essi ha risposto alla domanda relativa alla stima delle donne oggetto della tratta, delle donne cioè che emigrano dal proprio paese di origine in un paese straniero in cui, consenzienti o meno, debbono praticare la prostituzione.
Il dato più alto è fornito dal Belgio che appare come un punto di transito e smistamento della immigrazione finalizzata alla prostituzione in tutta l’Europa.
Per quanto riguarda i paesi di effettiva origine della tratta le stime delle donne coinvolte varia dalle 1.000 dell’Estonia alle 200.000 della Thailandia passando per le 50.000 dell’India.
4. Numero di donne oggetto della tratta
|
|
Minimo |
Massimo |
Media |
Deviazione std |
|
Stima numero donne che emigrano per prostituzione |
1000,00
|
200000,00 |
83666,67 |
103683,81 |
Tra le esperienze che queste donne hanno a monte del loro ingresso nella prostituzione al primo posto, indicata nel 90,9% dei casi, si colloca la povertà, anzi la miseria, nei suoi aspetti più degradati e drammatici. In alcuni paesi poveri l’attività della donna prostituta è quella che consente la sopravvivenza e un relativo benessere alla famiglia che è rimasta nel suo paese di origine.
Al secondo posto, nel 72,7% dei casi, vi è l’esperienza delle violenze fisiche e morali subite in famiglia, seguite in alcuni casi da fughe da casa che hanno esposto la ragazza ai rischi che l’hanno condotta, spesso suo malgrado, a prostituirsi.
Al terzo posto, nel 36,4% dei casi, quindi a molta distanza, si incontrano, a pari merito, l’esperienza della tossicodipendenza, che riguarda però esclusivamente i paesi europei dell’Est e dell’Ovest, e quella dell’immigrazione che riguarda in particolare gli altri paesi.
Al quarto posto si incontra la scelta volontaria, o indotta, di guadagnare molto denaro in poco tempo. Questa scelta è fatta spesso da ragazze che esercitano la prostituzione nel loro paese di origine.
Al quinto posto si collocano le donne che hanno vissuto nella loro infanzia delle serie carenze educative (18,2%).
All’ultimo posto si collocano le donne che hanno avuto problemi legati alla maternità, oppure problemi seri di salute o, ancora, che sono nella condizione di senza fissa dimora a causa di fughe da casa, abbandoni.
Come si vede la “scelta” o l’induzione alla prostituzione sono in molti casi precedute da situazioni facilitanti o predisponenti. Questo non soltanto nei casi, minoritari peraltro, di una scelta della prostituzione effettivamente volontaria ma anche in quelli in cui questa “scelta” è frutto di una violenza e di una coercizione. Per fare un esempio, se alcune donne non vivessero in condizioni di estrema povertà o miseria non cadrebbero nelle trappole di alcune offerte di lavoro fatte loro dai trafficanti di persone umane e, allo stesso modo, non sarebbero facile preda di promesse di matrimonio che le fanno sperare in una condizione di vita decisamente migliore di quella che vivono nel presente.
5. Esperienze da cui provengono le donne di strada
|
|
Percentuale |
Frequenza |
|
Tossicodipendenza |
36,4% |
4 |
|
Violenza subita in famiglia |
72,7% |
8 |
|
Povertà |
90,9% |
10 |
|
Senza fissa dimora |
9,1% |
1 |
|
Carenze educative |
18,2% |
2 |
|
Maternità problematica |
9,1% |
1 |
|
Guadagnare denaro in poco tempo |
27,3% |
3 |
|
Problemi di salute |
9,1% |
1 |
|
Immigrazione |
36,4% |
4 |
La tratta delle donne
Le osservazioni appena fatte circa il ruolo della povertà è confermato dal fatto che le stime degli osservatori indicano al primo posto tra le forme di reclutamento delle donne oggetto della tratta la promessa di un lavoro (90,9%).
Le condizioni di povertà rendono spesso anche agibile ai trafficanti di persone umane a scopo di prostituzione il reclutamento attraverso il rapimento. Infatti la possibilità di attuare dei rapimenti con la certezza quasi totale dell’impunità può verificarsi solanto in un contesto sociale degradato dalla miseria e dal sottosviluppo.
Le donne rapite vengono quasi sempre inviate all’estero a esercitare la prostituzione.
Questa forma di reclutamento è al secondo posto delle stime con l’indicazione da parte del 54,5% degli osservatori.
Al terzo posto, con il 36,4% dei casi, si colloca il reclutamento avvento attraverso l’inganno del fidanzato e/o una promessa di matrimonio.
Al quarto posto, a pari merito con la scelta volontaria, vi è la vendita da parte della famiglia. Anche questo dato è il sintomo di condizioni di povertà degradate nella miseria morale.
6. Reclutamento
|
|
N. |
% |
|
Reclutamento attraverso promessa di un lavoro |
10 |
90,9 |
|
Reclutamento attraverso rapimento |
6 |
54,5 |
|
Reclutamento attraverso vendita da parte della famiglia |
3 |
27,3 |
|
Reclutamento attraverso inganno del fidanzato |
4 |
36,4 |
|
Reclutamento attraverso scelta volontaria |
3 |
27,3 |
Le forme utilizzate dai trafficanti per mandare le donne reclutate all’estero sono principalmente quelle:
a) dell’immigrazione clandestina sia nella sua forma più classica, ovvero invisibile alle autorità dei paesi riceventi, sia nella forma che utilizza documenti e permessi falsi;
b) dell’immigrazione che, apparentemente, avviene regolarmente perché utilizza visti di studio o turistici, ma che poi si trasforma in immigrazione irregolare e, quindi, clandestina (tab. 7).
La forma di immigrazione clandestina è funzionale a chi sfrutta queste donne perché le mette completamente in loro balia rendendo di fatto impossibile in molti casi qualsiasi tentativo di sottrarsi allo sfruttamento, magari attraverso la denuncia degli sfruttatori.
La denuncia normalmente avviene solo laddove ci sono leggi che “premiano”la denuncia degli sfruttatori e dei trafficanti consentendo a queste donne sia di trovare rifugio in case sicure protette, sia di rimanere in modo regolare nel paese in cui sono entrate clandestinamente.
Questo però avviene solo in alcuni paesi europei tra cui l’Italia che da questo punto di vista sembra avere la legislazione più avanzata.
In molti paesi il sottrarsi allo sfruttamento e anche la denuncia degli sfruttatori comporta comunque il rimpatrio dopo la protezione loro accordata per consentire la testimonianza nel procedimento giudiziario.
7. Canali utilizzati per invio all’estero prostitute
|
|
Frequenza |
Percentuale |
|
immigrazione clandestina |
2 |
18,2 |
|
immigrazione attraverso un paese terzo |
1 |
9,1 |
|
Sia immigrazione regolare che clandestina |
1 |
9,1 |
|
documenti falsi |
3 |
27,3 |
|
visto studenti, lavoro, affari, turismo, documenti falsi |
1 |
9,1 |
|
Totale |
8 |
72,7 |
|
Non Risposto |
3 |
27,3 |
|
Totale |
11 |
100,0 |
La quasi totalità degli intervistati stima come basso il livello di sensibilità e di consapevolezza della popolazione, sia nei paesi di origine che in quelli di destinazione, del fenomeno della tratta delle donne a fini di prostituzione.
L’unico paese che indica come elevato il livello di consapevolezza e di sensibilità è la Danimarca.
Questi dati indicano l’invisibilità di questo fenomeno sociale, in particolare nei paesi di destinazione del traffico, che pure è sotto gli occhi di tutti sia nelle strade delle città che in quelle di molte aree rurali.
Questa invisibilità sociale non è materiale, percettiva, ma passa attraverso la de-personalizzazione, ovvero la riduzione delle persone invisibili a simulacri la cui umanità si esaurisce nell’apparenza al pari di una immagine televisiva.
8. Livello di consapevolezza della popolazione
|
|
Frequenza |
Percentuale |
|
Basso |
9 |
81,9 |
|
Alto |
1 |
9,1 |
|
Totale |
10 |
90,9 |
|
Mancante di sistema |
1 |
9,1 |
|
Totale |
11 |
100,0 |
La scarsa sensibilità e consapevolezza della popolazione intorno alla piaga della tratta/prostituzione si rivela anche nell’assenza, o nella scarsità, nella gran parte dei paesi di politiche pubbliche per la prevenzione, dissuasione e repressione di questo fenomeno.
9. Esistenza politiche pubbliche
|
|
Frequenza |
Percentuale |
|
Si |
3 |
27,3 |
|
No |
3c |
27,3 |
|
Scarse |
3 |
27,3 |
|
Totale |
9 |
81,8 |
|
Mancante di sistema |
1 |
18,2 |
|
Totale |
11 |
100,0 |
La prostituzione nei paesi di destinazione della tratta
Nella stragrande maggioranza dei paesi oggetto dell’inchiesta la prostituzione non è considerata un reato. In alcuni paesi come la Colombia la prostituzione non è reato solo se è praticata in alcune aree urbane destinate a questa attività. In Danimarca invece la prostituzione in quanto tale non è considerata un reato mentre è considerato reato la mancata denuncia fiscale dei suoi introiti. In Thailandia è dichiarata illegale e punita con un’ammenda e nei casi più gravi con la detenzione. Secondo uno dei due rapporti pervenuti dall’India In questo paese la prostituzione non è considerata un crimine, mentre per l’altro rapporto essa è legalmente proibita anche se chi lavora nell’industria del sesso non è perseguito.
10. La prostituzione è reato?
|
|
Frequenza |
Percentuale |
|
Si |
218 |
18,2 |
|
No |
8 |
72,7 |
|
No se praticata in una zona a luci rosse |
1 |
9,1 |
|
Totale |
11 |
100,0 |
I protettori sono perseguiti teoricamente ovunque, anche se in alcuni paesi di fatto non lo sono. In alcune realtà più che il classico protettore si incontrano personaggi che promuovono la prostituzione, ricevendo una percentuale, come alcuni portieri di albergo, titolari di esercizi commerciali, autisti e taxisti, ecc.
I clienti, invece, non sono perseguiti in alcuna delle realtà territoriali indagate.
11. I protettori sono perseguiti?
|
|
Frequenza |
Percentuale |
|
Si |
9 |
80,8 |
|
Totale |
9 |
80,8 |
|
Mancante di sistema |
2 |
18,2 |
|
Totale |
11 |
100,0 |
L’emancipazione delle vittime della tratta e in generale delle donne di strada
Passando dall’analisi della situazione riguardo la prostituzione e della tratta delle donne da avviare alla prostituzione a quella degli interventi di contrasto di questo fenomeno, soprattutto sul versante del recupero delle donne che ne sono protagoniste, si deve osservare che solo nei paesi europei esistono delle leggi per favorire la liberazione di queste donne e il loro reinserimento sociale. La legge più evoluta a questo proposito sembra essere quella italiana. Occorre sottolineare che non in tutti i paesi in cui esistono queste leggi ci sono dei servizi pubblici idonei a sostenere il recupero ed il reinserimento sociale delle donne di strada (Tab. 13). In alcune realtà come il Belgio e l’Estonia questi servizi sono finalizzati quasi esclusivamente al contrasto e alla prevenzione dell’AIDS. Infine è importante sottolineare che in Thailandia pur non essendoci una legge per favorire il recupero esiste però una diffusa rete di servizi pubblici.
12. Esistenza di leggi atte a favorire la liberazione delle donne di strada
|
|
Frequenza |
Percentuale |
|
Si |
4 |
36,4 |
|
No |
4 |
36,4 |
|
Totale |
8 |
72,7 |
|
Mancante di sistema |
3 |
27,3 |
|
Totale |
11 |
100,0 |
13. Esistenza di servizi pubblici
|
|
Frequenza |
Percentuale |
|
Si |
3 |
27,3 |
|
No |
3 |
27,3 |
|
Solo per la prevenzione e contrasto AIDS |
2 |
18,2 |
|
Totale |
8 |
72,7 |
|
Mancante di sistema |
3 |
27,3 |
|
Totale |
11 |
100,0 |
Diversa appare la situazione per quanto riguarda l’esistenza di servizi per la liberazione delle donne di strada e il loro reinserimento sociale promosse dal privato sociale e/o volontariato. Nel 63,6% dei paesi sono presenti in misura significativa, mentre nel 18,2% sono scarse (es. India) o esclusivamente rivolte ai minori abusati (Thailandia).
14. iniziative del privato sociale e/o del volontariato, case o strutture di accoglienza
|
|
Frequenza |
Percentuale |
|
Si |
7 |
63,6 |
|
Scarse |
1 |
9,1 |
|
Rivolte prevalentemente ai minori abusati |
1 |
9,1 |
|
Mancante di sistema |
2 |
18,2 |
|
Totale |
11 |
100,0 |
I servizi promossi dal privato sociale sono di vario genere, come si può osservare nella tab. 15, e vanno dalle case protette presenti in poco più di un terzo dei paesi alla fornitura di cibo in un caso, passando per la formazione professionale, l’assistenza medica, l’assistenza legale e il patrocinio in tribunale, l’assistenza sociale, il lavoro sul caso, il counselling. Il servizio di strada è indicato presente solo in Irlanda e in Polonia, tuttavia esso, anche se non segnalato esplicitamente nella compilazione del questionario, è presente, magari in forme poco strutturate, in tutti i progetti perché senza il contatto in strada nessuna attività reale con queste donne appare possibile. Come si può osservare vi sono servizi destinati ad affrontare situazioni emergenziali e altri invece specificatamente vocati a fornire alle persone la possibilità di un effettivo reinserimento sociale. Partendo dal presupposto che questi due tipi di servizi sono complementari e, quindi, entrambi necessari occorre rilevare che in molti paesi questa complementarietà è praticamente inesistente.
Purtroppo la maggioranza delle riposte al questionario non conteneva indicazioni circa il tipo di servizi promossi dal privato sociale e/o volontariato. Infatti i dati contenuti nella tabella riguardano meno della metà dei paesi che hanno risposto all’inchiesta.
In ogni caso leggendo le schede si ha la chiara percezione che sia i servizi pubblici che quelli del privato sociale siano insufficienti e molto al di sotto del livello necessario a garantire un’efficace azione per recuperare le donne vittime dello sfruttamento sessuale.
15. Tipi di iniziative del privato sociale
|
|
Si |
% |
|
servizio di strada |
2 |
18,2 |
|
case work |
2 |
18,2 |
|
assistenza legale |
2 |
18,2 |
|
patrocinio in tribunale |
1 |
9,1 |
|
amicizia |
2 |
18,2 |
|
Counselling/psicoterapia |
2 |
18,2 |
|
formazione professionale |
3 |
27,3 |
|
assistenza medica |
2 |
18,2 |
|
fornitura cibo |
1 |
9,1 |
|
Case protette |
4 |
36,4 |
|
Telefono amico |
2 |
18,2 |
|
Servizio sociale |
1 |
9,1 |
|
Consulenza viaggio all’estero o scomparsa all’estero |
1 |
9,1 |
|
Interventi di crisi |
1 |
9,1 |
Questa affermazione è confermata dal dato relativo al destino delle donne che ritornano al loro paese di origine o al termine della loro attività o più facilmente perché espulse dal paese in cui esercitavano la prostituzione. Infatti, solo nel 18,2% dei casi viene segnalata l’esistenza di una forma di accompagnamento che rende meno drammatico e traumatico il reinserimento nella comunità sociale di origine. La stessa percentuale segnala la possibilità di permanenza nel paese di emigrazione.
In alcune nazioni, specialmente asiatiche, il ritorno al paese di origine non è traumatico perché in questa realtà era sconosciuta la loro vera attività nella località di emigrazione, oppure perché i denari mandati a casa hanno consentito loro, attraverso una sorta di compromesso sociale fondato su una rimozione più o meno cosciente, di acquisire comunque una certa onorabilità.
Dai dati della tabella si potrebbe ricavare l’opinione che nella maggioranza dei casi il destino di queste ragazze al loro rientro nel paese di origine non è drammatico.
Conviene subito dire che questa opinione sarebbe scorretta perché la tabella indica semplicemente i giudizi dati dagli osservatori sul destino di queste ragazze e, quindi, quella rappresentata non è che una gamma di possibili destini e situazioni relative al rientro e non indica affatto la loro effettiva frequenza.
Infatti, la realtà è diversa perché nella maggioranza dei casi le persone che “rimpatriano” non possono contare su alcun sostegno e il loro destino è spesso miserabile, anche perché debbono o affrontare il rifiuto della famiglia o un forte stigma sociale.
Le uniche possibilità per queste ragazze di sottrazione al trauma del rientro, e alla situazione miserabile che lo segue, è o l’inserimento sociale e lavorativo nel paese di emigrazione o un accompagnamento che consenta loro un dignitoso reinserimento nel loro paese di origine.
Purtroppo la legislazione di molti paesi non consente la prima ipotesi, soprattutto quando l’immigrazione è stata clandestina, e per la seconda ipotesi occorre constatare che ci sono pochi servizi che hanno una rete di collegamenti con i paesi di origine di queste donne e che, quindi, possano progettare e realizzare il rientro accompagnato.
16. destino delle donne di strada al rientro nel paese di origine
|
|
Frequenza |
Percentuale |
|
Miserabile/segregate e rifiutate dalla famiglia |
2 |
18,2 |
|
oggetto di pettegolezzo/stigma sociale |
1 |
9,1 |
|
non ci sono problemi quando è sconosciuta la loro attività |
1
|
9,1 |
|
trovano ospitalità nel paese di destinazione |
2 |
18,2 |
|
positive solo per quelle che godono di un accompagnamento |
2 |
18,2 |
|
Totale |
8 |
72,7 |
|
Mancante di sistema |
3 |
27,3 |
|
Totale |
11 |
100,1 |
Le iniziative ecclesiali
Le iniziative ecclesiali a favore delle donne di strada sono realmente presenti in meno della metà dei paesi esaminati. In molti casi più che di iniziative della comunità ecclesiale, intesa soprattutto nella sua dimensione istituzionale, si tratta di iniziative promosse da appartenenti alla comunità ecclesiale come le congregazioni religiose o i gruppi/associazioni laicali.
Vi è spesso l’espressione da parte delle persone più attivamente impegnate in questa missione pastorale e sociale l’espressione di un profondo rammarico per l’indifferenza che manifestano alcune chiese locali per le iniziative volte a combattere questa drammatica piaga sociale e umana.
Nelle realtà ecclesiali in cui vi è l’attivazione di iniziative a favore delle donne di strada queste riguardano essenzialmente la prevenzione, l’assistenza sociale ed economica delle donne e, in qualche caso, un vero e proprio accompagnamento pastorale.
17. Iniziative ecclesiali a favore delle donne di strada
|
|
Frequenza |
Percentuale |
|
Si |
5 |
45,5 |
|
No |
2 |
18,2 |
|
Limitate ad alcune realtà/solo a livello di congregazioni religiosi e di gruppi laici |
2 |
18,2 |
|
Totale |
9 |
81,8 |
|
Mancante di sistema |
2 |
18,2 |
|
Totale |
11 |
100,0 |
17.1. Tipo di iniziative
|
|
Frequenza |
Percentuale |
|
prevenzione |
1 |
9,1 |
|
accompagnamento pastorale |
1 |
9,1 |
|
protezione, assistenza sociale ed economica |
2 |
18,2 |
|
Totale |
4 |
36,4 |
|
Mancante di sistema |
7 |
63,6 |
|
Totale |
11 |
100,0 |
Le iniziative ecclesiali nella maggioranza dei casi (tre quarti) sono sviluppate all’interno di una rete sociale che coinvolge o organismi pubblici o organismi del privato sociale o una pluralità di strutture ecclesiali. Vi è una sola realtà, quella belga, in cui le iniziative non fanno parte di una rete sociale essendo svolte in totale
autonomia.
L’azione di rete appare molto importante perché nelle società complesse gli interventi condotti da un solo soggetto hanno scarsa probabilità di incidere nel tessuto sociale e culturale.
Questo significa che tutte le iniziative sia formative che pastorali per essere efficaci richiedono la costruzione di reti sociali complesse.
18. Rete delle iniziative ecclesiali
|
|
Frequenze |
Percentuali |
|
Totale autonomia |
1 |
20,0 |
|
organismi pubblici |
1 |
20,0 |
|
privato sociale |
1 |
20,0 |
|
tra strutture ecclesiali diverse |
1 |
20,0 |
|
Totale |
4 |
80,0 |
|
Mancante di sistema |
1 |
20,0 |
|
Totale |
5 |
100,0 |
L’importanza della rete sociale si rivela anche nella raccolta dei fondi necessari per sostenere le iniziative a favore delle donne di strada. Infatti la maggioranza di queste iniziative può contare sia su fondi pubblici che su fondi dati anche da altre chiese. Solo il 40% delle iniziative ecclesiali sono totalmente autofinanziate.
Purtroppo solo due schede contenevano il dato relativo alla percentuale dei contributi pubblici ricevuti. In un caso questi coprivano il 50% ed in un altro caso l’80% del costo delle iniziative.
19. Chi contribuisce alle iniziative ecclesiali
|
|
Frequenza |
Percentuale |
|
autofinanziamento |
2 |
40,0 |
|
contributi pubblici |
1 |
20,0 |
|
contributi pubblici + chiese + privati |
2 |
40,0 |
|
Totale |
5 |
100,0 |
Il numero delle donne incontrate dai progetti presenti delle diverse realtà territoriali varia da un minimo di 170 (Repubblica Ceca) a un massimo di 10.000 (Italia). Mediamente i progetti incontrano quasi 2.500 persone in ogni realtà.
20. Numero donne di strada incontrate nei progetti locali
|
|
Minimo |
Massimo |
Media |
Deviazione std. |
|
Numero prostitute incontrate dal progetto |
170,00 |
10000,00 |
2520,83 |
3911,17 |
Si tratta di cifre significative perché ogni persona ha un valore inestimabile, per cui anche se solo una donna di strada fosse raggiunta dalle iniziative ecclesiali sarebbe comunque un fatto importante. Tuttavia, rispetto all’ampiezza del fenomeno si tratta di cifre che in molte realtà risultano essere molto piccole rispetto alla dimensione del fenomeno prostituzione.
21. Numero di donne di strada raggiunte dalle iniziative ecclesiali
|
|
Frequenza |
|
Irlanda /Dublino |
281 |
|
India |
300 |
|
Italia |
5000-10000 |
|
Repubblica Ceca |
170 |
|
Polonia |
3744 |
|
Colombia |
630 |
La maggior parte delle iniziative ecclesiali è concentrata nelle aree urbane e nel caso della Repubblica Ceca e della Colombia esse sono concentrate in alcune zone delle aree urbane dedicate alla prostituzione. Nel solo caso del Belgio le iniziative sono distribuite uniformemente nel territorio nazionale mentre in Italia esse sono concentrate soprattutto nel Nord del paese.
Questi dati segnalano come anche nelle realtà in cui sono presenti le iniziative ecclesiali queste, nella maggioranza dei casi riguardano solo una quota limitata del territorio nazionale lasciando totalmente scoperte molte zone geografiche in cui la prostituzione è comunque presente.
22. Distribuzione territoriale delle iniziative
|
|
Frequenza |
Percentuale |
|
uniforme nel territorio nazionale |
1 |
20,0 |
|
concentrate nelle aree urbane |
1 |
20,0 |
|
concentrate in alcune zone urbane |
2 |
40,0 |
|
In una zona geografica del paese |
1 |
20,0 |
|
Totale |
5 |
100,0 |
Passando ad analizzare il tipo di personale che opera nei servizi promossi dalle iniziative ecclesiali e/o dalle congregazioni religiose e/o dai gruppi/associazioni laicali si osserva che salvo il caso della Danimarca in cui esso è esclusivamente professionale e dell’Estonia in cui, al contrario, è solo volontario, nella grande maggioranza delle realtà nazionali esso è formato da un mix di professionali e volontari. Un caso a se è quello della Colombia che indica la presenza esclusiva di volontari retribuiti.
Il complesso di questi dati segnala comunque che il problema della prostituzione, laddove esistono delle iniziative ecclesiali, istituzionali e non, è affrontato con uno sforzo significativo di qualificazione professionale oltre che ideale.
Solo tre schede hanno fornito anche i dati sulla percentuale di professionali e volontari all’interno dei servizi.
L’India è il paese con la più alta percentuale di volontari, il 90%, seguita dall’Irlanda con il 75% e dall’Italia con il 30%.
23. Personale che opera nei servizi
|
|
Frequenza |
Personale |
|
professionale |
1 |
9,1 |
|
volontario |
1 |
9,1 |
|
professionale e volontario |
5 |
45,5 |
|
volontari pagati |
1 |
9,1 |
|
Totale |
8 |
72,7 |
|
Mancante di sistema |
3 |
27,3 |
|
Totale |
11 |
100,0 |
Nella stragrande maggioranza delle iniziative ecclesiali il personale è formato sia da sacerdoti che da religiosi e laici. Vi sono però anche due realtà, l’Estonia e l’Irlanda, con una situazione leggermente differente.
Nella prima operano solo religiosi mentre nella seconda religiosi e laici ma non sacerdoti.
È comunque significativo al di là di queste differenze marginali che tutte le componenti ecclesiali siano impegnate nelle iniziative a favore delle donne di strada.
24. Tipo di personale
|
|
Frequenza |
Percentuale |
|
religiosi |
1 |
9,1 |
|
sacerdoti, religiosi e laici |
5 |
45,5 |
|
religiosi e laici |
1 |
9,1 |
|
Totale |
7 |
63,6 |
|
Mancante di sistema |
4 |
36,4 |
|
Totale |
11 |
100,0 |
Tra il personale che opera nei servizi promossi dalle iniziative ecclesiali quello che ha ricevuto una formazione specifica è quello che opera nei servizi di Dublino e in quelli promossi dalla Caritas Italiana.
Nel primo caso la formazione ha riguardato 53 persone e nel secondo 300 persone.
Riguardo ai metodi utilizzati normalmente essi sono articolati in varie fasi. La prima consiste nel contatto operato normalmente dalle unità di strada, il secondo l’offerta di vari livelli di accoglienza che vanno da una accoglienza temporanea e occasionale ad una più duratura finalizzata al reinserimento sociale, che rappresenta una ulteriore fase, fino all’assistenza post rientro nella vita sociale o nel proprio luogo di origine.
Molto spesso le persone e le organizzazioni che operano con queste donne ivengono le uniche amiche vere delle ex (o attuali) donne di strada a cui si rivolgono in caso di bisogno.
Le iniziative ecclesiali di tipo pastorale
Le iniziative ecclesiali, istituzionali e non, prevedono l’erogazione di servizi sia di tipo assistenziale e formativo sia di tipo pastorale. Nella maggioranza dei casi queste due azioni sono in equilibrio mentre in una minoranza di casi l’azione pastorale è marginale rispetto a quella assistenziale.
La realtà in cui le iniziative sono esclusivamente di tipo assistenziale è quella colombiana.
25. Iniziative assistenziali e pastorali
|
|
Frequenza |
Percentuale |
Percentuale valida |
|
solo assistenziali e rieducative 1 |
1 |
9,1 |
14,3 |
|
Assistenziali e pastorali |
4 |
36,4 |
57,1 |
|
assistenziali con una piccola parte pastorale |
2 |
18,2 |
28,6 |
|
Totale |
7 |
63,6 |
100,0 |
|
Mancante di sistema |
4 |
36,4 |
|
|
Totale |
11 |
100,0 |
|
Gli obiettivi specificatamente pastorali perseguiti dalle diverse iniziative riguardano in prevalenza lo sviluppo di una relazionalità esistenziale autentica con queste persone necessario ad un vero accompagnamento spirituale e umano, all’interno di un cammino di promozione della persona e, quindi, di sostegno alla scoperta
della propria inviolabile dignità umana, facilitando anche, laddove possibile, l’accesso ai sacramenti e la preghiera. Tutto questo in un clima di accoglienza e di ascolto di queste persone.
26. Obiettivi progetti pastorali
|
|
Frequenza |
Percentuale |
|
relazione umana e accompagnamento spirituale |
2 |
18,2 |
|
facilitare l’accesso ai sacramenti e alla preghiera |
1 |
9,1 |
|
Promozione della persona, accompagnamento e ascolto |
1 |
9,1 |
|
Lettura delle scritture con gli occhi delle donne di strada |
1 |
9,1 |
|
Totale |
5 |
45,5 |
|
Mancante di sistema |
6 |
55,5 |
|
Totale |
11 |
100,0 |
Questa azione pastorale avviene però spesso a fronte di un inesistente impegno o, peggio, di un orientamento perlomeno diffidente, se non ostile, della comunità cristiana verso la realtà umana del mondo della prostituzione.
È significativo che in nessuna relazione sia stato segnalata l’esistenza di un impegno effettivo della comunità cristiana verso questo grave problema sociale. Infine, solo due relazioni hanno segnalato l’esistenza di progetti volti a sensibilizzare e mobilitare la comunità cristiana per fronteggiare questa vera e propria sfida
alla condizione umana.
Tutto ciò segnala come la priorità dell’azione pastorale per le donne di strada non consista solo nell’azione diretta verso queste persone ma, richieda, contemporaneamente, l’attivazione di progetti atti a far prendere
coscienza di questa grave emergenza sociale tutta la comunità cristiana.
Solo con una mobilitazione piena della comunità cristiana questa piaga dell’umano può essere efficacemente contrastata e le persone che la vivono restituite alla loro piena dignità di persone.
Tra l’altro occorre rilevare che tra le iniziative ecclesiali censite solo un paio prevedono forme di accompagnamento delle prostitute rimpatriate attraverso un collegamento con le chiese locali. Collegamento che è attivo solo in due iniziative ecclesiali: quelle della Repubblica Ceca e dell’Italia.
Questo dato conferma quanto detto precedentemente sul fatto che queste donne sono quasi sempre lasciate sole nel momento drammatico del rientro nei loro paesi di origine e che le iniziative ecclesiali sono limitate al paese in cui operano le prostitute e non verso le realtà da cui queste provengono.
È interessante che in un sogno di chi opera favore delle donne di strada compaia il “lavoro con i paesi di origine” a sottolineare quanto questa azione sia strategica per limitare la piaga sociale di questo fenomeno nei paesi poveri da origina spesso la tratta delle donne di strada.
Questo dato è ulteriormente sottolineato dal fatto che nelle iniziative ecclesiali di un solo paese sono presenti interventi di sostegno ai paesi ed alle chiese da cui provengono le donne di strada.
Allo stesso modo solo tre iniziative prevedono interventi rivolti specificatamente alle famiglie delle ragazze oggetto della tratta o che si prostituiscono.
27. Progetti di intervento nei confronti delle famiglie
|
|
Frequenza |
Percentuale |
Percentuale valida |
Percentuale comulata |
|
Si |
3 |
27,3 |
60,0 |
60,0 |
|
No |
2 |
18,2 |
40,0 |
100,0 |
|
Totale |
5 |
45,5 |
100,0 |
|
|
Mancante di sistema |
6 |
54,5 |
|
|
|
Totale |
11 |
100,0 |
|
|
Infine, per quanto riguarda la dimensione pastorale, come si vede dalla tabella sottostante solo quattro progetti nazionali prevedono dei progetti rivolti specificamente alla responsabilizzazione dei clienti delle donne di strada.
Dal punto di vista pastorale è un’azione estremamente importante quella di rendere consapevoli i clienti della loro complicità oggettiva con chi riduce in schiavitù, sfrutta e trae guadagni dal commercio degli esseri umani.
Si tratta, in altre parole di far acquisire alle persone la consapevolezza del senso staile delle proprie azioni individuali aprendo la loro morale individuale alla morale sociale.
28. Progetti di responsabilizzazione dei "clienti" delle donne di strada
|
|
Frequenza |
Percentuale |
|
Si |
4 |
36,4 |
|
No |
2 |
18,2 |
|
Totale |
6 |
54,5 |
|
Mancante di sistema |
5 |
45,5 |
|
Totale |
11 |
100,0 |
Come notazione finale relativamente ai progetti promossi in ambito ecclesiale è da rilevare come in un solo paese esistano delle procedure di valutazione degli stessi progetti.
L’assenza di procedure di valutazione indica che questi progetti non hanno ancora raggiunto un elevato livello di strutturazione e che il loro svolgimento è più legato alla buona volontà ed all’entusiasmo che ad una logica “professionale”.
I sogni di futuro di chi opera a favore delle donne di strada
I sogni espressi dalle persone che hanno compilato le schede e che sono attivamente impegnate nel lavoro con le donne di strada, salvo uno decisamente orientato verso l’utopia, sono tutti molto “realistici”. Infatti le cose che sognano dovrebbero essere presenti nella realtà di qualsiasi società che voglia definirsi civile.
Che la prostituzione non esista più è l’utopia di sfondo che illumina il faticoso presente di chi è impegnato in questa missione sociale e pastorale.
All’interno della scena che questo sfondo delimita vi è la necessità di costruire un’accoglienza autentica della comunità cristiana nei confronti di queste persone fornendo relazioni, situazioni e luoghi che consentano loro di riscoprirsi persone importanti agli occhi di Dio, di ritrovare una piena coscienza di sé e il controllo
della propria vita.
Perché questo si realizzi è necessario che le leggi cambino, che siano attivati servizi ad hoc per queste persone, che sia offerta loro una effettiva protezione sociale e la possibilità di denunciare i loro sfruttatori e di liberarsi dalle catene che le imprigionano nella prostituzione.
È Necessario anche che la comunità cristiana, ed in primis i sacerdoti, sia formata ad affrontare non solo “teologicamente” ma esistenzialmente e, quindi, relazionalmente questo mondo, invisibile nonostante lo scandalo che produce.
Infine è necessario che le chiese dei paesi in cui operano le donne di strada attivino dei progetti a favore dei loro paesi di origine.
Questi sogni in una società civile dovrebbero essere da tempo realtà.
29. Sogni di futuro di chi opera a favore delle donne di strada
|
|
Frequenza |
Percentuale |
|
Che la prostituzione non esista più |
1 |
9,1 |
|
Che la comunità cristiana accolga queste persone |
1 |
9,1 |
|
Che cambi la legislazione |
1 |
9,1 |
|
Che esistano dei luoghi di pace e di serenità che consentano alle prostitute di ritrovare la serenità, lo spirito critico e la capacità di giudizio |
1 |
9,1 |
|
Che vi siano più servizi per le donne di strada |
1 |
9,1 |
|
Che la prostituzione non esista più, che cambi la legislazione, che vi siano più servizi per le donne di strada |
1 |
9,1 |
|
Che denuncino i loro sfruttatori e possano restare in Danimarca |
1 |
9,1 |
|
Empowerment delle donne e che questo fenomeno sia sradicato dal Risorto |
1 |
9,1 |
|
Formazione di seminaristi e sacerdoti. Che i seminaristi siano preparati all’incontro con queste persone: prostitute, protettori e clienti. Che siano anche formati al controllo delle proprie pulsioni sessuali |
1 |
9,1 |
|
Che queste donne scoprano la loro importanza agli occhi di Dio |
2 |
18,2 |
|
Rafforzamento protezione sociale, lavoro con paesi di origine |
1 |
9,1 |
|
Totale |
11 |
100,0 |
Le Monde Diplomatique, novembre 2001, di François Loncle
Sono sempre più giovani. E sono merce da comprare. Per sfruttare, violentare e usare come oggetti. Irina è una ragazza moldava. A diciotto anni lascia la sua città, Chisinau, in Moldavia, attirata dalla promessa di un lavoro come cameriera a Milano. Prende il treno, scortata da un uomo che le fa attraversare la Moldavia e la Romania. Quando poi le sequestrano il passaporto, attraversa diverse frontiere clandestinamente o con la complicità dei doganieri. Si ritrova in Albania. Lì comincia l'inferno. È venduta più volte, fino a trovarsi nelle mani di uno sfruttatore albanese che la «condiziona» facendole subire stupri a ripetizione. Siccome si rifiuta di cercare clienti per strada, è picchiata e rivenduta a un altro protettore albanese che, a sua volta, la brutalizza e la stupra. Infine la portano in Italia a bordo di un canotto a fondo piatto che sfugge ai radar. Il suo calvario finisce quando la polizia italiana la ferma e la trasferisce in un centro d'accoglienza.
Racconta Francois Loncle su Le Monde Diplomatique del novembre 2001: “Irina è una «Natacha», come sono generalmente chiamate le prostitute venute dall'Est. Il suo tragico destino è simile a quello di migliaia di donne dell’Europa orientale, divenuta uno dei principali bacini per il reclutamento della prostituzione, in concorrenza con Asia, Caraibi e Africa. Secondo Bjorn Clarberg, dell’Interpol, «tra le due parti dell’Europa è esploso il business dello sfruttamento sessuale».
Nell’epoca della globalizzazione, si globalizza anche la tratta delle donne. Così come c’è un banditismo su larga scala, esiste ormai un sfruttamento della prostituzione su larga scala, che genera notevoli profitti”.
Il crollo dell’impero sovietico e la disgregazione della Jugoslavia hanno causato un’accelerazione di questo fenomeno, la cui causa è nota: la miseria. Se in genere sono rapite, ingannate o sedotte, a volte queste donne scelgono consapevolmente di intraprendere questa strada. Sperano di guadagnare abbastanza per tornare nel loro paese e dare da vivere alla loro famiglia. Tre quarti di loro non si sono mai prostituite prima.
Sul continente europeo si è delineata una suddivisione geografica del traffico, con paesi «fornitori» (Russia, Ucraina o Romania), paesi di transito (per lo più gli stati dell’ex Jugoslavia e l'Albania) e paesi destinatari (Italia, Germania, Francia). Il traffico è in continua espansione. La forte redditività della prostituzione spiega in parte quest’esplosione.
Ma soprattutto, come rileva Gérard Stoudmann dell’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (Osce), è «un business molto meno pericoloso del traffico di droga, perché non esiste ancora alcun quadro giuridico internazionale per combatterlo».
Mosca, uno dei principali centri di reclutamento, rifornisce i mercati tedesco (la maggior parte delle 7 mila prostitute di Berlino viene dall’Est), polacco e asiatico. Secondo Eleonora Loutchnikova, funzionario comunale moscovita, 330 «società» russe praticherebbero questo tipo di «commercio», tanto che ogni anno sarebbero spedite all’estero 50 mila donne.
In Polonia, le prostitute straniere sono concentrate sulle grandi arterie che portano in Germania.
La stessa cosa avviene nella Repubblica ceca, dove si ritrovano ucraine e russe.
In Bulgaria, secondo l’associazione Animus, sono circa 10 mila le giovani donne cadute nella rete degli sfruttatori. Il loro viaggio a volte si rivela fatale, come per quelle due ragazze morte di freddo nel gennaio 2000 mentre tentavano di varcare la frontiera con la Grecia, dove avrebbero dovuto lavorare come entraîneuses.
Per le rumene e le moldave, l’odissea comincia spesso a Timisoara, dove vengono attirate da procacciatori locali. Prosegue poi all’Arizona Market di Brcko, il più gran centro di contrabbando della Bosnia-Erzegovina, oppure a Novi Sad, in Serbia. Qui si è sviluppato un vero e proprio «mercato delle schiave». Trafficanti rumeni mettono all’asta ucraine, moldave, rumene, bulgare e russe. Spogliate ed esibite, sono acquistate per circa 1.000 marchi (511,3 euro) da protettori serbi che, prima di inviarle in Albania, le stuprano e le maltrattano. Questo è quanto è successo a Nicoleta, studentessa moldava di diciassette anni, picchiata e stuprata da uno sfruttatore serbo prima di essere venduta all’asta in un deposito abbandonato di Belgrado. Finita nelle mani di un altro serbo, ha passato due mesi in una casa chiusa di Podgorica, in Montenegro, per poi essere rivenduta per 2.500 dollari (2.709 euro) ad un albanese ancora più brutale.
A Sarajevo, il ministro della giustizia svedese ha incontrato una giovane donna che era stata venduta diciotto volte.
Stesso sinistro scenario nel Kosovo dove, per riprendere l’espressione di Pasquale Lupoli, responsabile locale dell’Organizzazione internazionale per le emigrazioni (Oim), le case chiuse sono «cresciute come funghi» dopo l’arrivo sul posto di 50 mila soldati della Kfor, degli impiegati della Missione delle Nazioni unite nel Kosovo (Unmik) e del personale delle organizzazioni non governative. Le donne, in genere moldave, ucraine, rumene e bulgare, sono vendute all’asta per un prezzo che varia dai 1.000 ai 2.500 dollari (1084 e 2709 euro) a protettori kosovari. «Queste donne sono state ridotte in schiavitù» ha dichiarato il colonnello dei carabinieri Vincenzo Coppola dopo averne liberate 23 a Pristina e Prizren (Fonte: Afp, 24 aprile 2000). L’anno scorso, soltanto 460 donne sono state liberate dalle 350 case chiuse bosniache, mentre a entrarvi clandestinamente sarebbero state quasi 10 mila.
Secondo Stoudmann, l’ex Jugoslavia costituisce il centro nevralgico del crimine organizzato «infiltrato nelle strutture dello stato fino ai livelli più alti». Secondo Julia Harston, rappresentante dell’Onu a Sarajevo, la Bosnia è allo stesso tempo «una destinazione finale, un luogo di passaggio e un punto di partenza del traffico di donne».
Quest'ultimo è «molto ben organizzato, senza distinzione di nazionalità, etnia o religione», secondo il capo della polizia internazionale (Iptf), Vincent Coeurderoy. In Macedonia, il villaggio di Velezde, dove si contano non meno di sette bordelli, funziona da centro regionale della prostituzione nelle mani della mafia albanese (A livello internazionale le azioni continuano ad essere sporadiche: polizia nei bar, rimpatrio di due danesi accusati di essere clienti di prostitute, dimissione forzata di ufficiali americani, apertura di un’inchiesta sulla presenza di soldati tedeschi della Kfor nelle case chiuse che utilizzano adolescenti). Qui, uno sfruttatore come il temibile Bojko Dilaler, guadagna più di 20 mila euro al mese. (Fonte: Le monde diplomatique).
L’Albania svolge un ruolo di primo piano in questo traffico. Benché abituato alle atrocità, il capo dell’Ufficio centrale di repressione per la tratta degli esseri umani (Ocrteh), Christian Amiard, ha fatto fatica ad accettare che «esistono veri e propri campi di asservimento dove le ragazze sono stuprate e addestrate». Se le donne si rifiutano, i protettori albanesi non esitano a torturarle con bruciature, scosse elettriche e amputazioni; oppure eliminandole.
Tana de Zulueta, membro della Commissione parlamentare italiana antimafia, sostiene che «gli albanesi hanno creato un vero e proprio cartello della prostituzione», allacciando rapporti d’affari con altre organizzazioni criminali e diversificando le proprie attività. Come nel caso di una potente organizzazione criminale che operava in Abruzzo, smantellata dai carabinieri: oltre ad obbligare giovani donne dell'Europa orientale a prostituirsi, si era lanciata nel commercio della droga. Secondo il ministero degli Affari sociali, l’Italia conta circa 50 mila prostitute, per la metà straniere. Il giro d'affari che ne deriva ammonta, secondo stime minime della polizia, a 93 milioni di euro al mese.
In Francia, la prostituzione che arriva dall’Europa dell’Est si è imposta all’attenzione dell’opinione pubblica nel novembre 1999 con l’omicidio di Ginka, una bulgara di diciannove anni, ritrovata morta in un boulevard parigino colpita da ventitré coltellate. Le prostitute dell’Est, arrivate in modo massiccio tra il 1999 e il 2000, rappresentano, secondo Amiard, più della metà delle straniere, ormai numerose quanto le francesi. A Nizza sono soprattutto croate, russe e lettoni; a Strasburgo ceche e bulgare; a Tolosa albanesi. A Nizza, la polizia ha smantellato una rete bulgara che raccoglieva almeno 200 mila franchi al mese (30.490 euro), inviati poi in patria con vaglia postali e investiti nel settore immobiliare. A Parigi, la metà delle 7 mila prostitute sarebbero straniere - di cui 300 albanesi. Claude Boucher, responsabile dell’associazione Bus des femmes, sottolinea che una prostituta dell’Est ha da 15 a 30 clienti al giorno, perché è costretta a consegnare al suo protettore da 3 mila a 6 mila franchi (tra 457 e 914 euro) se non vuole essere picchiata. In totale, la prostituzione coinvolge 15mila donne e produce un giro di affari annuo stimato sui tre miliardi di euro.
Le reti albanesi in genere hanno sede in Belgio, soprattutto a Bruxelles, dove si scontrano con kurdi e turchi per il possesso delle «case chiuse», e ad Anversa, dove sono state censite 450 prostitute dell’Est.
Ed è da qui che controllano le giovani albanesi, kosovare e moldave che fanno lavorare a Parigi e nelle altre grandi città francesi.
I centri di sfruttamento delle ucraine, ceche, slovacche e bulgare passano soprattutto attraverso la Germania; sfruttatori e prostitute alloggiano in un albergo di Kehl, senza che la polizia tedesca possa intervenire, visto che non commettono reati. Le donne varcano ogni giorno il Pont de l’Europe per andare a «battere» a Strasburgo, dove il loro numero è raddoppiato in cinque anni.
Per tentare di arginare il fenomeno, nell’agosto 2000 la capitale alsaziana ha emesso un’ordinanza che proibisce lo stazionamento di auto su alcuni lungofiume. A Londra, le autorità hanno migliorato l’illuminazione pubblica e riorganizzato la circolazione nei quartieri caldi di Tooting e di King’s Cross, nel tentativo di scoraggiare i clienti. Ma queste misure non fanno che spostare il problema. E rendono evidente l’imbarazzo dei paesi occidentali di fronte ad un fenomeno nuovo di dimensioni travolgenti. Un fenomeno che prospera nel quadro dello spazio di Schengen e sfrutta sia le disparità tra le legislazioni nazionali che la compartimentazione delle procedure giudiziarie.
L’Europa occidentale, in effetti, non è preparata e resta profondamente divisa tra regolamentazione e abolizionismo. Nel primo caso la prostituzione è considerata un male necessario, che va opportunamente controllato per motivi sociali, sanitari e morali. Nel secondo la si giudica incompatibile con la dignità della persona umana sancita nella Convenzione internazionale contro la prostituzione del 1949. Divergenti su tutto, i paesi europei sono d’accordo solo su un punto: la prostituzione individuale non costituisce reato.
Benché la prostituzione sia un riflesso delle diseguaglianze fondamentali tra uomini e donne, ricchi e poveri, Nord e Sud, Ovest e Est, molte persone sembrano condividere l’indifferenza delle istituzioni pubbliche.
Martine Costes, dell’organizzazione Metanoya, sottolinea il fatto che la gente si commuove più del prelievo di organi a scopo di lucro o dell’affitto di uteri di madri portatrici che della mercificazione sessuale.
Secondo un sondaggio Sofres del maggio 2000, il 52% della popolazione francese considera la prostituzione un male inevitabile.
Il cosiddetto «mestiere più vecchio del mondo» servirebbe da «scudo contro lo stupro». Questo argomento tende a occultare una tragica realtà: l’80 % delle prostitute avrebbe subito abusi sessuali nell’infanzia. La prostituzione non è un’attività professionale; è lo sfruttamento della donna da parte dell'uomo.
Invece di limitarsi al dibattito appassionato tra abolizionismo e regolamentazione, sarebbe meglio occuparsi delle vere vittime, le prostitute, salvarle da quel «suicidio quotidiano» di cui ci parla Jacques Millard, dell’associazione Le Nid.
L’idea che la prostituzione sia inevitabile deve essere sradicata. Tutti i paesi europei devono definire un politica globale che colleghi repressione, prevenzione e reinserimento.
In Francia, è urgente aumentare le capacità operative dell’Ocrteh, che dispone soltanto di quattordici funzionari di polizia. In Europa, potrebbe essere creato un Osservatorio europeo sulla prostituzione, sulla falsa riga di quello sulle droghe. Servirebbe ad approfondire questo fenomeno multiforme, complesso e poco studiato, a conoscerne i bisogni e a promuovere azioni.
Poiché, come ha sottolineato l’ex ministro britannico dell’interno Jack Straw, «i soli che abbiano qualcosa da temere da una maggiore cooperazione europea sono i criminali che sfruttano le differenze tra le legislazioni», appare prioritario armonizzare le legislazioni nazionali e le procedure penali, dando una «definizione comune» dei reati e adeguando le «soglie di sanzione». Attualmente, gli sfruttatori rischiano un minimo di sei mesi di carcere in Germania, due anni in Irlanda, quattro anni in Danimarca, cinque anni in Francia.
Oltre a programmi specifici contro lo sfruttamento delle donne e dei minori (Stop, Daphné), l’Unione europea, nel quadro del «terzo pilastro» (affari interni e giustizia), tende a rafforzare la lotta contro le organizzazioni criminali sia con Eurojust che con Europol, favorendo la costituzione di squadre d’inchiesta che lavorino in comune. L’operazione congiunta delle polizie tedesca, ucraina e austriaca ha già permesso, nell'aprile 2001, di smantellare una rete che sfruttava ragazze bielorusse, prima rinchiuse in case di piacere della Sassonia e della Turingia, poi rivendute a locali notturni austriaci.
Malgrado le forti pressioni dei paesi favorevoli alla regolamentazione, nel dicembre 2000 è stata registrata a Palermo un’importante vittoria sul piano della cooperazione internazionale con la firma, da parte di 124 paesi, della Convenzione dell’Onu contro la criminalità transnazionale organizzata. Il protocollo addizionale sulla tratta umana, anche se approvato soltanto da 80 stati, costituisce, secondo la de Zulueta, uno «strumento innovatore», perché raccomanda di accordare un permesso di soggiorno alle vittime della prostituzione.
La Commissione europea studia la realizzazione di questa disposizione, già applicata in Belgio (dal 1995) e in Italia (dal 1998). Così, i centri Payoke di Anversa, Pag-asa di Bruxelles e Sürya di Liegi hanno fornito, in cinque anni, formazione e sussidi a 700 prostitute che collaborano alle inchieste. Quanto al permesso di soggiorno concesso dalle autorità italiane, esso permette a queste donne di usufruire dei servizi sociali, di studiare o lavorare. E Livia Turco, ex ministro italiano della solidarietà, ricorda che «nel 2000 sono stati concessi seicento permessi».
La polizia francese, invece, preferisce procedere a indagini senza aspettare obbligatoriamente che la prostituta sporga denuncia contro il protettore. Sicuramente questa procedura evita rappresaglie. Ma le prostitute straniere restano vulnerabili, perché sono considerate clandestine e come tali rischiano l’espulsione dal paese. È quindi necessario concedere loro ufficialmente lo status di vittima, sia per proteggerle che per permettere loro di reinserirsi nella società.
Il che non è affatto facile: per una Nicole Castioni, che siede nel Parlamento ginevrino dopo aver battuto per cinque anni il marciapiede di rue Saint Denis, per una Yolande Grenson, che dirige l’associazione Pandora dopo essersi prostituita per diciassette anni in Belgio, quante altre non riusciranno ad uscire dal giro a causa delle leggi inadeguate, delle strutture carenti, del personale insufficiente?
Una politica di reinserimento deve prevedere capacità di ascolto, accoglienza e aiuto, deve coinvolgere istituzioni pubbliche e associazioni.
È un partenariato indispensabile, poiché spesso le prostitute hanno paura a confidarsi con le autorità, come dimostra l’evidente fallimento dei servizi dipartimentali di prevenzione e riadattamento sociale istituiti in Francia nel 1960, tutti chiusi eccetto cinque.
L’ambiente associativo è un'interfaccia la cui utilità è riconosciuta da Mireille Ballestrazzi, della Direzione centrale della polizia giudiziaria francese. È dunque opportuno riattivare le commissioni dipartimentali create nel 1970 e oggi lasciate cadere; esse permetterebbero infatti di condurre un’azione coerente sul campo, perché riuniscono rappresentanti dei vari servizi pubblici e delle associazioni interessate.
Finora lo Stato ha ampiamente delegato la sua missione di reinserimento alle associazioni. Attive, generose, presenti sul terreno, queste ultime (come Altaïr a Nizza, Cabiria a Lione, Pénélope a Strasburgo, Le Pas a Digione) dispongono di mezzi limitati, mentre il loro lavoro aumenta a causa dell’arrivo massiccio di popolazioni di cui peraltro ignorano la lingua e la cultura. Nel dipartimento delle Alpes Maritimes, per esempio, l’associazione Alc ha dovuto aggiungere al suo personale una mediatrice russa. I lavoratori sociali e i volontari dovrebbero poi essere formati ai problemi della prostituzione, come ha fatto la Ddass del dipartimento della Loire-Atlantique.
È dunque urgente aumentare le sovvenzioni versate alle associazioni e renderle stabili attraverso convenzioni, come suggerisce la senatrice socialista Dinah Derycke, la quale propone anche di moltiplicare il numero dei centri di accoglienza e degli interventi sul campo, di prevedere un aiuto finanziario (o addirittura una moratoria sulle azioni giudiziarie a carattere fiscale), di offrire programmi di formazione; d'immaginare sbocchi professionali.
Un buon modello di riferimento può essere l'azione tentata da alcune associazioni cattoliche italiane. Per esempio Regina Pacis, a San Foca, piccola stazione balneare della Puglia, dove il parroco, don Cesare Lodeserto, accoglie una sessantina di donne dell’Est salvate dalle grinfie dei protettori. O ancora quella di don Oreste Benzi, un prete di Rimini che è riuscito a reinserire più di mille prostitute.
Il precedente governo italiano si era impegnato a fondo nel problema, lanciando, nell’autunno 2000, una campagna televisiva di sensibilizzazione.
Per Livia Turco, si trattava di una «esperienza unica in Europa», che presenta due risvolti: da un lato informava con chiarezza i potenziali clienti delle violenze inflitte alle prostitute; dall’altro offriva a queste ultime «una possibilità di salvezza» grazie ad un numero verde in servizio ventiquattro ore su ventiquattro, che, in meno di due mesi, aveva ricevuto 47 mila chiamate. In totale, quasi mille straniere hanno già beneficiato del programma di reinserimento. Nello stesso tempo, l’Italia si è impegnata a sostenere la formazione professionale delle nigeriane rimpatriate, le quali, per esempio, studiano informatica o restauro nel Centro di Benin City.
Questo esempio mostra l’importanza delle operazioni condotte verso e con i paesi di origine delle prostitute. Ed è tanto più vero per la prevenzione. L’Oim, per esempio, ha organizzato in Ungheria una campagna di sensibilizzazione utilizzando brochures e spot audiovisivi.
Per combattere gli annunci economici che attirano le bulgare con false promesse di lavoro, la città di Sofia ha pubblicato la lista delle imprese autorizzate a reclutare manodopera per inviarla all'estero.
Avvertire le donne dei rischi che corrono non dispensa dall’informare gli uomini. Che siano trafficanti, protettori o clienti, sfruttano le donne a livelli diversi. Una volta stabilito che i protettori devono essere puniti, i clienti vanno forse penalizzati, come avviene in Svezia? O curati, come in Canada? Oppure educati, come in California?
Il dibattito rimane aperto.
In ogni caso, bisogna cambiare mentalità. E si deve cominciare dalla scuola, insegnando agli adolescenti, nell’ambito dei corsi di educazione sessuale, la drammatica realtà della prostituzione. Bisogna che prendano coscienza che essa è una grave violazione dei diritti umani, che il corpo umano è inalienabile e che non esistono prostitute felici.
Quotidiano moldavo «Jurnal de Chisinau», articolo di Dumitru Lazur pubblicato nell’edizione del 24 gennaio 2005 a pagina 4
Tre italiani di più di 40 anni di età, hanno passato il weekend della fine dell’anno in Repubblica di Moldavia. le ragazze moldave sono considerate donne che prestano servizi sessuali a buon mercato e di qualità.
Tre giorni di vacanza sono costati per ognuno di loro 700 euro, ma nel prezzo era incluso il biglietto andata-ritorno con l’aereo, la sistemazione in albergo, tre ragazze «bellissime».
Giovani ragazze di 18-20 anni, bionde, brune, dai capelli rossi, con la pelle vellutata e sguardi angelici si vendevano per una notte al prezzo di 50-100 euro. “Nello spazio Schengen per dieci minuti in compagnia di una brutta e appassita puttana devi pagare 50 euro. E solo per un sesso ortodosso. Le moldave, invece, per la stessa somma, accettano di soddisfare ogni capriccio sessuale”.
Gli italiani raccontano di aver agganciato le prostitute nell’hall dell’albergo o nei caffè-bar dei centri commerciali della capitale. Nella peggiore delle ipotesi, usano i servizi dei “pesci” che visitano spesso le zone alberghiere. Certamente, per tale servizio devi pagare 10-15 euro in più.
Se andavano in un’agenzia sarebbe costato 200-300 euro in più. Ma non hanno pensato all’organizzazione del soggiorno. Secondo le fonti della polizia, di solito le “agenzie” lavorano in Turchia. Meno, in Italia, Spagna, Francia ecc. Di fatto, sono i turchi che “alimentano” il turismo sessuale in Moldavia. Un turco che ha assaggiato il sapore delle moldave, una volta al mese trascorre il weekend a Chisinau.
Le agenzie sessuali operano spesso sotto copertura delle compagnie turistiche, in contatto con i gruppi criminali transnazionali dediti al business del sesso. L’affare è vantaggioso e meno rischioso della tratta di donne nel mondo arabo ai fini di sfruttamento sessuale. Di solito un’agenzia offre un pacco standard di servizi. Si tratta di una ragazza come da catalogo, sistemazione in albergo (di solito i clienti scelgono alberghi di due-tre stelle, più raramente a quattro stelle) ed escursioni nelle cantine di Cricova (per chi ne ha voglia).
Sergiu Chirnitchi, principale esperto dell’Ufficio relazioni pubbliche di CGP ha confermato per il «Jurnal» che talune ditte turistiche organizzano per gli stranieri «viaggi sessuali» in Repubblica di Moldavia. «Gruppi di ospiti agiati vengono a Chisinau soltanto per trascorrere il fine settimana in compagnia delle nostre ragazze. Il motivo? A Chisinau una donna costa 50 euro per una notte, ma in occidente con questi soldi puoi comprare solo un’ora di piacere», precisa Chirnitchi. L’anno scorso la Polizia individuò un’agenzia di turismo sessuale. Le persone fermate non vollero confessare e negarono di aver praticato il turismo sessuale. Di conseguenza le prostitute furono liberate dopo aver pagato una multa “simbolica”, libere così di praticare la più vecchia professione del mondo. In conformità all’articolo 171 del Codice Amministrativo della Repubblica di Moldavia, la prostituzione è punita con una multa di 50-75 salari minimi (900-1.350 lei) o con 20 giorni di prigione.
Più che mai determinata a tutelare e difendere la dignità della donna in Moldavia, la Fondazione Regina Pacis ha scelto di condurre per tutto il 2005 una campagna nazionale per il contrasto al turismo sessuale, promuovendo nel contempo lo sviluppo del turismo solidale, mediante periodi di vacanza e soprattutto di conoscenza nei territori poveri dell’Est, in particolare in Moldavia.
Isabel Pisano
Nel suo lungo reportage nel mondo della prostituzione, la giornalista Isabel Pisano ha raccolto le testimonianza di molte donne e ragazze costrette da boss, papponi e madame a prostituirsi.
La violenza, la sopraffazione, la miseria accomunano le meretrici di tutto il mondo: Jakova, 13 anni, che si prostituiva a Sarajevo per una sigaretta, innamorata di un casco blu francese che le portava cibi in scatola, saponette e dentifricio; Amparo, 22 anni, seviziata, umiliata da un padrone brutale che la costringeva a prostituirsi, Brigitta, 23 anni, austriaca, schiava del sesso e della droga.
Non sono molto diverse le vicende di Pepa, Brigitta, Carmen, Silvia, Elisa, Eva. Centinaia di storie tutte uguali e diverse, con unico denominatore: la miseria che produce sfruttamento. La giornalista spagnola le ha raccolte in alcune città della Spagna e dell’Italia, lette nei giornali, ascoltate da altri. «Una modesta raccolta di testimonianze di donne che esercitano la prostituzione in tutto il mondo» dice del suo libro Isabel Pisano, corrispondente di guerra per vent’anni - anche per Rai e Mediaset - a Baghdad, Tripoli, Sarajevo, Iraq, Libano e Somalia, autrice di un reportage di successo sui senza fissa dimora, Yo mendico, e di A solas con Arafat dove narra il suo incontro con il leader dell’Olp nel periodo in cui fu inviata speciale per Canale 5 in Palestina.
Un rosario di vicende che svela la bugia, «la più vecchia che l’uomo si sia mai inventato», e su cui è stato costruito “industrialmente” il mestiere più antico del mondo: la prostituzione è un abuso di potere e l’idea che le donne vendano il proprio corpo per libera scelta una cinica convinzione.
Secondo Isabel Pisano, «il mercato di carne umana più grande del mondo è in Italia, dove gli sfruttatori vendono le ragazze al miglior offerente, per quaranta o cinquanta milioni di lire, in vere e proprie aste».
Ci sono però anche Carlotta e Veronica che raccontano una storia diversa. Quella delle call-girls: cortigiane sofisticate, belle, eleganti, onerose. Non per questo più libere di scegliere, prigioniere anche loro di una triste storia personale, di un giro d’affari che arricchisce veramente solo chi lo gestisce. Una diversa forma di sfruttamento, secondo Isabel Pisano, che passa per le case d’appuntamenti, le agenzie, gli annunci nei quotidiani e nelle riviste. Questi ultimi rappresentano una percentuale molto alta del totale delle inserzioni, ovvero - se si considera il costo per annuncio - una delle maggiori entrate dei giornali. Un business che coinvolge molte persone, anche indirettamente, e che si regge sull’ambiguità di una società che mentre condanna una pratica non rimuove le condizioni che la favoriscono.
A conclusione del libro “Io puttana. Parlano le prostitute” (Marco Tropea Editore, 254 pagine), dopo aver visto tutti i possibili volti della prostituzione, una domanda rimane in sospeso: che cosa si può fare?
LE ASSOCIAZIONI DI AIUTO ALLE VITTIME
Belgio
Centre pour l'Egalité des Chances et la Lutte Contre la Racisme
(Centro per la Pari Opportunità e la Lotta Contro il Razzismo)
e-mail : centre@antiracisme.be
sito Internet: www.antiracisme.be
La legge del 1995 e il Decreto Reale del 16 giugno 1995 hanno incaricato il Centre pour l'Egalité des Chances et la Lutte Contre le Racisme del coordinamento e del controllo della politica di lotta contro la tratta internazionale.
Questi testi sono anche all’origine della Cellula interdipartimentale di coordinamento della lotta contro la tratta internazionale di esseri umani. Questa Cellula coordina l’azione dei diversi dipartimenti coinvolti nella lotta contro la tratta, valuta i risultati ottenuti, diffonde le informazioni del Centro per le Pari Opportunità e formula delle proposte e delle raccomandazioni per migliorare la lotta contro la tratta.
Tre centri d’accoglienza e d’accompagnamento sono stati associati al programma di protezione e assistenza delle vittime della tratta: Pag-Asa a Bruxelles, Surya in Vallonia e Payoke nelle Fiandre. Il centro per le Pari Opportunità è responsabile del coordinamento dei tre centri specializzati.
Surÿa
Il Centre pour l’Egalité des Chances et la Lutte Contre le Racisme in collaborazione con altri organismi sociali, è stato designato per fondare una nuova associazione competente nella Regione della Vallonia: Surÿa.
Surÿa assiste le persone straniere vittime della tratta in Belgio. Accoglie le vittime e garantisce loro un accompagnamento sociale, psicologico, medico, amministrativo e legale in vista di un inserimento duraturo in Belgio o di un reinserimento nei paesi di origine.
Francia
ALC Accompagnement Lieux d’accueil Carrefour éducatif et social
e-mai: alc-sprs@worldnet.fr
sito Internet : http://services.worldnet.net/~alc-sprs/
L’ALC, riconosciuta come associazione di pubblica utilità, interviene attraverso molteplici iniziative in direzione di adulti e minori in difficoltà di inserzione sociale (accoglienza, accompagnamento, aiuto al reinserimento). Il Servizio di prevenzione e di riadattamento sociale garantisce un accompagnamento sociale specializzato alle prostitute.
Les Amis du Bus des femmes
L’associazione Amis du Bus des Femmes lavora insieme e per le prostitute. Lotta contro tutte le forme di sfruttamento della prostituzione, contro la tratta di esseri umani e contro la schiavitù. Promuove delle azioni di prevenzione in materia di salute pubblica, propone accoglienza, aiuto e accompagnamento alle giovani donne prostitute e difende i loro diritti.
Autre regard
L’amicale du nid
Esclavage Tolerance Zero
Germania
Ban-Ying
e-mail : Ban-Ying@ipn.de
sito internet : www.Ban-Ying.de
Fondata nel 1988, Ban-Ying accoglie e assiste le giovani donne originarie del Sud-Est Asiatico, in particolare le vittime della tratta ai fini di prostituzione. Recentemente, i suoi sportelli di consulenza sono stati aperti anche alle donne provenienti dai paesi dell’Europa Centro-Orientale. I programmi di assistenza sono realizzati da operatori sociali, mediatori culturali e avvocati. Le vittime sono ospitate in un appartamento di prima accoglienza. Seguono dei corsi di tedesco e delle formazioni professionali. Partecipano anche ad attività culturali e a feste organizzate dall'associazione (carnevale, festa buddista...).
Degli avvocati animano riunioni di informazione legale. Un servizio di consulenza è assicurato una volta a settimana. Nel 2004, un centinaio di donne si è rivolto a questo servizio.
Unterstützung Schutz Kraft
E-mail: frauenberatung.ha@gmx.net
L’associazione assiste le donne migranti, in particolare le vittime della tratta di esseri umani. Sviluppa campagne di prevenzione e lotta contro le violenze sessuali e le discriminazioni razziali di cui le donne migranti sono vittime.
Terre des Femmes
E-mail: TDF@swol.de
Sito Internet: www.terre-des-femmes.de
Fondata nel 1981, Terre des femmes milita per i diritti fondamentali delle donne. Conduce campagne di informazione e sensibilizzazione dell'opinione pubblica, lavora in rete a livello internazionale e offre assistenza diretta alle donne vittime di violenze.
Vera
E-mail: vera@awo-lsa.de
Sito internet: www.awo-lsa.de
Associazione ZAPO
L’associazione ZAPO è stata creata nel 1982 dal Consiglio sociale polacco ed è finanziata dal Senato di Berlino e dal governo federale.
Le azioni di ZAPO si indirizzano ai giovani polacchi, ai migranti e alle vittime della tratta di esseri umani ai fini dello sfruttamento della prostituzione. Queste ultime sono originarie di diversi paesi dell'Europa Centro-Orientale.
ZAPO offre un'assistenza sociale, psicologica, legale e amministrativa. Un centro di accoglienza è stato aperto in dicembre 1999. Il centro è gestito da due permanenti di lingua russa e polacca, il suo indirizzo è segreto e può accogliere otto persone.
Koordinierungskreis gegen Frauenhandel und Gewalt an Frauen im Migrationsprozess (KOK)
e-mail : KOK.Potsdam@t-online.de
Fondato nel 1987, KOK è un'associazione federale che rappresenta gli interessi di 38 ONG implicate nella lotta contro la tratta di esseri umani e le violenze contro i migranti.
KOK conduce delle campagne di informazione e di sensibilizzazione e coopera con altre ONG attive in questi campi.
Gran Bretagna
Change
E-mail: atp.change@sister.com
Sito Internet: www.antitrafficking.org
Change è un’associazione a difesa dei diritti delle donne. Realizza degli studi e tiene delle formazioni in materia e conduce delle campagne di sensibilizzazione e delle azioni di lobbying.
Nell’ottobre 2000, Change ha lanciato un programma triennale di lotta contro la tratta internazionale delle donne ai fini dello sfruttamento della prostituzione, di matrimoni e di lavoro domestico.
Irlanda
Ruhama Women's Project
L’associazione viene in aiuto alle prostitute, attraverso le unità di strada. Offre loro assistenza sociale e psicologica, consulenza legale e formazioni professionali.
Italia
Associazione Comunità Papa Giovanni XXIII
Fondata da Don Oreste Benzi, la comunità “Papa Giovanni XXIII” è presente in molte città italiane, in Bolivia e in Brasile dove aiuta le “meninas de rua” a lasciare la strada per spingerle a studiare.
Dal 1990 ad oggi la comunità ha accolto 5500 ragazze provenienti dalla schiavitù del sesso. La quasi totalità provenienti dalle strade di tutt’Italia; molte le minorenni non solo dalla strada ma anche dai locali. Attualmente sono ospitate 257 ragazze liberate e in programma di protezione delle quali: 150 Nigeriane, 50 Rumene, 15 Albanesi, 11 Moldave, 3 Brasiliane, 4 Bulgare, 1 Camerun, 1 Colombia, 1 Equador, 1 El Salvador, 1 Ghana, 1 Lituania, 3 Fed. Yugoslavia, 4 Russia, 1 Uruguay.
L’Associazione Comunità Papa Giovanni XXIII dava e dà la disponibilità all’accoglienza 24 ore su 24 favorendo il lavoro della polizia.
Se invece la ragazza non accettava si approfondivano i motivi del rifiuto e se si scopriva che era coinvolta nel racket veniva accompagnata alla frontiera.
Con questo metodo è stata debellata la prostituzione in tutta la provincia di Rimini sulla strada e resa difficile anche la prostituzione nei locali. 500 ragazze liberate e 150 magnaccia assicurati alla giustizia.
Lunedì 6 giugno 2005 il Prefetto di Verona insieme al Questore ai Comandanti dei Carabinieri, dei Vigili Urbani, della Finanza, a 6 Sindaci della zona ha adottato la stessa strategia di Rimini con l’aiuto della Comunità Papa Giovanni XXIII.
Le équipe della comunità e lo stesso don Oreste Benzi vanno sulla strada, donano la Corona del Rosario e la Bibbia, pregano insieme e danno la loro disponibilità.
Irene
e-mail: irene@irene.mi.it
sito Internet: www.irene.mi.it
L’Associazione IRENE (Iniziative Ricerche Esperienze per una Nuova Europa) istituita nel 1991 si prefigge di promuovere progetti e azioni per le pari opportunità attraverso iniziative relative alla formazione, all’occupazione, all’emarginazione e alla rappresentanza. Tra gli altri, ha promosso un progetto Daphné sulla tratta di esseri umani.
CTM-Movimondo
e-mail : ctmmovim@tin.it
Fondato nel 1985 come associazione di cooperazione con i paesi del Terzo Mondo, CTM-Movimondo si è in seguito impegnato nella lotta contro l'esclusione sociale. Dal 1998, gestisce un centro di prima accoglienza e di assistenza agli immigrati e un centro di accoglienza per minori.
Casa delle donne per non subire violenza
e-mail: casadonnebo@orlando.women.it
sito internet: http://orlando.women.it/casadonne/index.htm
La casa delle donne per non subire violenza, aperta nel 1990, assiste le donne che hanno subito o subiscono violenza psicologica, fisica, economica, sessuale...
Dal 1993, su richiesta della Polizia, l'associazione ha cominciato ad accogliere giovani donne straniere obbligate a prostituirsi. In cooperazione con altre associazioni locali e il comune di Bologna l'associazione ha avviato un progetto di aiuto alle donne vittime della tratta di esseri umani.L'associazione realizza percorsi per aiutare le donne accolte ad integrarsi in Italia o a ritornare nel paese d'orgine.
Le Onde onlus
e-mail : leonde@tin.it
L’associazione Le Onde, creata nel 1992, assiste e protegge le donne vittime di violenze o maltrattamenti. Accoglie le donne con i loro bambini in una casa rifugio e offre loro assistenza psicologica, sociale e giuridica. Le Onde conduce delle campagne di informazione e di sensibilizzazione sulla lotta contro le violenze alle donne.
Nel 2001, in cooperazione con altre associazioni, Le Onde ha cominciato ad allargare la sua azione alle vittime di tratta di esseri umani.
GIRAFFA
e-mail : giraffah@tiscalinet.it
Fondata nel 1997, l'associazione GIRAFFA lotta contro le violenze perpetrate sulle donne. Accoglie e protegge le vittime della tratta di esseri umani e offre loro un'assistenza sociale, legale e amministrativa.
GIRAFFA ha condotto delle campagne di informazione e di sensibilizzazione sulla problematica dello sfruttamento sessuale delle giovani donne straniere, attraverso delle trasmissioni radiofoniche nell'Italia del Sud e in Albania e un cd-rom in quattro lingue.
Albania
Counselling Center for Women and Girls
e-mail: qkgv@albnet.net
Il Counselling Center for Women and Girls è stato creato nel 1996 per apportare assistenza psicologica alle donne vittime di violenze, attraverso un numero verde e un servizio di consulenza sociale e psicologica. Inoltre il Counselling Center conduce delle azioni di sensibilizzazione sulla problematica delle violenze contro le donne e in particolare della tratta degli esseri umani.
Bosnia
Associazione Lara
e-mail: lara@rstel.net
L’associazione Lara assiste le vittime della tratta di esseri umani. Il suo progetto rientra nell'ambito del finanziamento del UN-Trust Fund. L’associazione accoglie le vittime in un centro protetto, dove offre loro la prima assistenza. In caso di processo, l'associazione assicura una consulenza legale alle vittime.
In cooperazione con l'Organizzazione Internazionale per le Migrazioni di Serajevo, Lara assiste le giovani donne che desiderano rientrare nei loro paesi d'origine.
Bulgaria
Animus Association Foundation
e-mail : animus@mbox.cit.bg
Animus è un'associazione di aiuto e sostegno alle vittime di violenze. L'associazione gestisce un centro di riabilitazione per le vittime bulgare sfruttate all'estero e le vittime originarie dell'Ucraina, della Lituania, della Moldavia e della Romania.
Dal 1998, Animus è il partner bulgaro della Strada, il programma di prevenzione della tratta di esseri umani in Europa Centro-Orientale. Il programma, finanziato dall’Unione europea e dal governo olandese, è realizzato in Ucraina, in Polonia, in Bulgaria e nei Paesi Bassi.
Animus è attivo in tre campi specifici: azioni di lobbying presso le istituzioni e campagne mediatiche sul tema della tratta delle donne in Bulgaria, campagne di sensibilizzazione rivolte a gruppi a rischio, come le giovani donne, gli studenti, i disoccupati, le bambine negli orfanotrofi, programma di protezione e assistenza alle vittime della tratta.
Animus offre alle vittime della tratta sostegno psicologico, ospitalità in una casa-rifugio, un programma di riabilitazione sociale e di aiuto umanitario d'urgenza. Una linea telefonica accessibile 24 ore su 24 permette alle vittime di stabilire un primo contatto con l’associazione, di ottenere delle informazioni sull’assistenza specializzata e sui rischi legati alla tratta.
Repubblica Ceca
La Strada- Repubblica Ceca
e-mail: la strada@ecn.cz
sito Internet : www.ecn.cz/lastrada
La Strada offre assistenza e protezione alle giovani donne ceche trafficate e sfruttate all’estero e alle straniere trafficate e sfruttate nella Repubblica Ceca. Il programma di assistenza prevede l'accoglienza in un centro protetto, un'assistenza psicologica, sociale, medica e legale.
Nell’ambito delle azioni di prevenzione della tratta delle donne, la Strada organizza degli incontri con le giovani donne ceche per informarle sui rischi legati al lavoro all’estero e nel mondo della prostituzione.
La Strada partecipa al programma di informazione di massa condotto dall’OIM.
La Strada sviluppa della azioni di lobbying a livello nazionale e internazionale con l’obiettivo di migliorare la legislazione in materia di lotta contro la tratta e protezione delle vittime.
Romania
“Conexiuni” foundation
e-mail: Exiuni@mail.recep.ro
L’associazione, fondata nel 1994, si prefigge di prevenire e lottare contro le violenze perpetrate contro donne e bambini e di assistere le vittime.
Save the Children Suceava
e-mail: oscsv@assist.ro
La missione di Save the Children Suceava è di promuovere e difendere i diritti dei bambini sulla base della Convenzione delle Nazioni Unite del 20 novembre 1989.
Save the Children assiste e protegge i minori in difficoltà, in particolare i bambini di strada, le vittime di abusi o di violenze e i bambini di famiglie in difficoltà. Le sue azioni consistono nell'educazione, nelle campagne di sensibilizzazione e di lobbying per migliorare la legislazione.
In cooperazione con l’OIM, Save the Children Suceava ha creato il Centro di Consulenza per bambini e le loro famiglie. Il suo obiettivo è quello di assistere i minori vittime della tratta di esseri umani. Le vittime sfruttate all’estero sono accolte dal Centro che offre loro assistenza sociale e psicologica, nonché un aiuto per reinserirsi in Romania.
Scop (Society for Children and Parents)
e-mail: scopro@dnttm.ro
SCOP si prefigge di migliorare la qualità di vita dei bambini e delle donne e in particolare per assistere le vittime della tratta
Profamilia
e-mail: afibn@usa.net
Russia
Perm Center Against Violence and Human Trafficking
e-mail : no-violence@narod.ru
sito internet: www.no-violence.narod.ru
Perm Center è un’ONG creata nel 1999 che lotta contro le violenze perpetrate su donne e bambini e apporta sostegno sociale e legale alle vittime.
Perm Center conduce anche delle campagne di informazione e di sensibilizzazione per il personale delle ONG locali, della Polizia e dei servizi sanitari e sociali.
Perm Center partecipa al processo di elaborazione di una nuova legge contro le violenze e contro la tratta di esseri umani. Ha pubblicato degli studi sul tema dell'assistenza alle vittime di violenze sessuali e sulle legislazioni relative alla lotta contro la tratta.
Ucraina
La Strada-Ukraina International women’s rights centre
e-mail: lastrada@ukrpack.net
sito Internet: www.lastrada.org.ua
La Strada-Ucraina è stata fondata nel 1998 nell’ambito del programma La Strada finanziato dall’Unione europea e dal governo olandese.
La Strada Ucraina si propone di sensibilizzare l’opinione pubblica e le autorità sul fenomeno della tratta.
Le principali attività della Strada Ucraina sono: l’assistenza sociale, legale e amministrativa alle vittime della tratta, un numero verde di assistenza telefonica, gli studi sulla problematica delle violenze contro le donne, la cooperazione con il legislatore per migliorare la legislazione di lotta contro la tratta e di protezione delle vittime, le campagne di prevenzione, l’organizzazione di seminari e conferenze, la cooperazione con le organizzazioni governative e non governative in Ucraina e all’estero per prevenire la tratta di esseri umani e assistere le vittime.
Ungheria
White Ring Public Benefit Association
L’associazione offre une assistenza sociale, psicologica e legale alle vittime e alle loro famiglie.
NANE
Email: nane@posta.net
NANE lavora con le donne e i bambini vittime di violenze. NANE ha aperto un numero verde che offre informazioni e consulenza alle vittime. In seguito a delle campagne di sensibilizzazione contro la tratta di esseri umani realizzate in partenariato con l’Unione europea, l’OIM e il governo ungherese, questa linea telefonica è stata estesa alle vittime della tratta.
Escape
L’associazione, fondata nel 1996, si prefigge di prevenire la prostituzione, la prostituzione coatta e la tratta. L’associazione protegge le vittime e offre l’assistenza e il sostegno necessari alla loro riabilitazione.
(Il Dossier è stato curato da Rossella Fabiani – Agenzia Fides 11/8/2005)