M AURIZIO P ATRICIELLO
 È passato un anno.
  Si era alla vigilia di San Gennaro, quando a Castel Volturno , sul litorale Domizio, furono trucidati sei uomini di colore davanti e dentro una sartoria e, poco distante, un italiano. Che dietro ci fosse la mano della camorra non c’erano dubbi, ma la dinamica appariva anomala nel panorama camorristico classico. Troppo eclatante e la camorra, per quanto può, cerca di evitare inutili rumori. Troppo spavaldi, a sentire i pochi testimoni – tra cui un uomo di colore che si era salvato fingendosi morto –, troppo spavaldi i giovani assassini. L’Italia inorridì. Ci fu chi pensò al movente razziale. Noi che viviamo da queste parti neanche per un attimo prendemmo in considerazione questa ipotesi. Troppo troppo ideologica ci appariva, mentre chi era andato per uccidere, senza neppure sapere chi, in testa aveva ben altro. Dovevano impaurire, terrorizzare, per dire chiaramente che in quella zona a comandare erano loro. Il segnale doveva essere chiaro, evidente. Più sangue sparso, più forti ed invincibili sarebbero apparsi gli autori. No, non c’entrava niente il colore della pelle. A Scampia, qualche anno prima, si erano scannati i membri di uno stesso clan. Il clan Di Lauro, compatto e prospero sotto un unico padrone, subì una lacerazione interna che lo sconvolse. I morti furono più di un centinaio, le modalità atroci; ed erano tutti napoletani, amici di vecchia data, spesso parenti e coinquilini. Chi quella sera partì armato di pistole e kalashnikov rappresentava l’ala più estrema della vecchia camorra nostrana; schegge impazzite, affette da un delirio di onnipotenza. Non erano professionisti, ma solo killer che tentavano il grande salto. Chi di queste cose se ne intende comprese che gli assassini avevano le ore contate. La camorra, quella dei boss più potenti, di certo non avrebbe approvato il baccano scatenato inutilmente da quei dilettanti e li avrebbe lasciati soli. Tre di essi furono acciuffati pochi giorni dopo in un villino poco distante dal luogo della mattanza. Giuseppe Setola, il capo della banda, tenterà una fuga rocambolesca attraverso le fogne di Trentola Ducenta, prima di finire ammanettato. È stato rinviato a giudizio proprio in questi giorni. Lo Stato fece sentire di più la sua presenza e i campani tirarono un sospiro di sollievo nel vedere i militari pattugliare le strade. A distanza di un anno nell’Agro Aversano e sul litorale Domizio, tuttavia, non è cambiato molto. I fratelli immigrati di colore sono troppi per sperare di essere assorbiti in una zona ad alto tasso di disoccupazione.
  Tanti, purtroppo, debbono accontentarsi di faticosi lavori nei campi, sotto pagati e senza diritti: i furbi li si trova dappertutto. Ragazze – tantissime – si ritrovano a svendere bellezza, salute e dignità ai bordi delle strade. Altri ancora, in un modo o nell’altro, si rendono utili per i tanti servizi di cui necessita la malavita. La strage di San Gennaro, come tutte le stragi, rimarrà impressa nella nostra memoria per atrocità e stupidità. Gli assassini saranno ricordati per spietatezza e scarsezza di intelligenza. Sanguinari, e basta.
  Massacrarono vite rovinandosi la vita. La camorra invece, zizzania dalle radici sempre verdi, continua a prosperare rendendo faticoso il vivere agli onesti.
  Muta continuamente pelle: non ama più indossar la coppola, ma la cravatta; non ha interesse a versare il sangue inutilmente. Ma ha sempre tanta sete. Di denaro e di potere. E per averli è disposta a tutto. Attecchisce e germoglia laddove le istituzioni appaiono distratte, deboli e lontane. E – vero lupo rapace – per azzannare meglio, riesce a camuffarsi da ingenuo e bianco agnello.

DAL NOSTRO INVIATO A C ASTEL V OLTURNO (C ASERTA)
 A NTONIO M ARIA M IRA

 M ille clandestini in più. Mille disperati in più. Mille storie. Mille facce. Mille emarginazioni. Mille sfruttamenti. A un anno dalla strage di San Gennaro, sei africani uccisi dal fuoco camorrista, a un anno dalla rivolta degli immigrati, Castel Volturno non è cambiata. Anzi... Certo i responsabili dell’eccidio, Giuseppe Setola e il suo gruppo di fuoco stragista, sono stati catturati e tra meno di due mesi comincerà il processo. Sul fronte della lotta alla camorra l’impegno c’è stato. Non c’è dubbio. Magistratura, forze dell’ordine, militari. Lo Stato, come aveva promesso, si è mosso rapidamente e bene. Il gruppo di Setola sconfitto, la camorra in difficoltà. Ma quella che l’arcivescovo di Capua Bruno Schettino un anno fa definì «una grande questione nazionale», le migliaia di immigrati in un solo comune, forse 10mila, forse 15mila, è ancora tutta qui. Con quei mille in più. Su questa drammatica realtà le istituzioni, dallo Stato in giù, non hanno fatto niente. Tranne qualche retata per espellere qualche clandestino.
  Un problema visibile, evidente. Sono le 21, l’ora della strage. Centro Fernandes, via Domiziana, una delle poche realtà di aiuto per gli immigrati. Chiesa e volontariato. Ancora una volta. Da sempre. Qui tocchi con mano che non è cambiato niente. Potrebbe ospitare una sessantina di immigrati ma anche questa notte a dormire saranno tre volte tanto, forse anche in duecento. Sotto il porticato, nel grande parcheggio, nella pineta. Sperando che non piova. Arrivano in piccoli gruppi, recuperano le loro povere cose, un materasso, una coperta, un sacco a pelo, una borsa, che hanno lasciato qui all’alba per cercare un lavoro. In nero, ovviamente. Ma anche questo non si trova. Ed è il secondo cambiamento di questo terribile anno. La crisi economica ha colpito duramente soprattutto i più deboli. «Molti immigrati che erano andati al Nord hanno perso il lavoro e sono tornati, perché Castel Volturno è una sorta di ' grande mamma' che accoglie tutti» ci spiega Jean Bilongo, mediatore culturale. Ma se qui non trovano lavoro entro sei mesi diventano irregolari. Come gli altri. Perché qui il lavoro è in gran parte nero. Come quello nei campi, duro, sfruttato. Ancora di più per la crisi. Quest’anno si pagano 3 euro a cassone da 300 chili di pomodori (l’anno scorso erano almeno 4 euro). In un giorno se ne riescono a riempire 1020, i più forti anche 40. Per 12 ore di lavoro. E alla sera la ricerca di un posto per dormire. Stretti, ammucchiati nelle centinaia di casette più o meno abusive affittate dagli italiani: 300-350 euro al mese, ma chi paga la pigione (nerissima...), poi subaffitta a 100 euro al mese e in quella casetta di 2-3 stanze alla fine vanno a dormire in 10-15. Se va bene. «Dopo l’introduzione del reato di clandestinità molti proprietari, per paura di essere denunciati, mettono gli immigrati fuori casa o chiedono più soldi» denuncia Renato Natale, medico e presidente dell’Associazione Jerry E.Masslo che prende il nome dal giovane africano ucciso a Villa Literno venti anni fa, e che aiuta, sostiene e protegge gli immigrati e le immigrate. E allora non resta che la strada, la pineta o il Fernandes. Dove ci si sente protetti e si trova anche un piatto caldo (sono almeno 200 i pasti offerti ogni giorno).
  Tutto come un anno fa. Ma con quei mille in più. E un nuovo grave rischio. Alcuni nigeriani da manovalanza del crimine stanno tentando il salto di qualità. «Stiamo valutando alcuni episodi di intolleranza tra immigrati per capire se dietro ci sia la nascita di veri gruppi criminali», spiega il vicequestore aggiunto Pasquale De Lorenzo, dirigente del commissariato di Castel Volturno . Ad agosto i poliziotti hanno arrestato quattro nigeriani che avevano chiesto il 'pizzo' a una connazionale. Ma lei ha detto di no e li ha denunciati. Si indaga ma si deve anche fare ufficio, proprio per gli immigrati: 10 nuove pratiche al giorno. Il tutto con appena 46 uomini, per strada e in commissariato.
  È ormai passata mezzanotte. Percorriamo la lunga striscia d’asfalto della Domiziana. Ed eccole lì, sono tornate col loro carico di drammatico sfruttamento. Vite e corpi da vendere. Il mercato del sesso ha ripreso possesso della statale. Nei giorni successivi alla strage le prostitute erano quasi scomparse, tra la paura di finire sotto il fuoco camorrista e la maggiore presenza delle forze dell’ordine. Poi sono arrivate le norme antiprostituzione ed anche il sindaco ha emesso una circolare. Così sulla strada erano rimaste in poche. È passato un anno è tutto è quasi come prima. Questa notte le ragazze sulla Domiziana sono una cinquantina in poche centinaia di metri, ma nelle strade più interne ce ne saranno almeno duecento. Le auto tornano a fermarsi. Anche perché, tra rischi per il cliente e crisi economica, anche qui i prezzi sono da saldo, 15-20 euro per un rapporto, addirittura 10 se il cliente è un immigrato. Ma anche qui, oltre al calo dei prezzi, c’è stato un cambiamento negativo. Una grossa fetta della prostituzione si è spostata nelle case. «Sono addirittura nate delle connection house – spiega Renato Natale – dove si può 'comprare' di tutto, dalle prostitute ai generi alimentari o anche piatti pronti di cucina etnica » . Emarginazione pronta cassa, nel chiuso di quattro sporche mura.
 Dodici mesi fa i killer di Giuseppe Setola uccisero 6 persone che venivano dall’Africa: gli assassini sono finiti in manette ma i problemi di integrazione sono ancora tutti da risolvere

DAL NOSTRO INVIATO A C ASTEL V OLTURNO
 « L’ avevo detto un anno fa: Castel Volturno deve diventare una questione nazionale. Invece non è stato così. Questa zona non è assimilabile, per la sua singolarità, a nessuna situazione presente in Italia. E il comune da solo non ce la può fare. Allora io torno a chiedere: il governo si deve far carico di porre la questione all’ordine del giorno senza pregiudizi, senza preclusioni, senza schemi ideologici o razzisti. Certo ci sono le risposte del volontariato, ma non bastano. Altrimenti corriamo il rischio che il drammatico scenario di un anno fa torni a ripetersi». Parole amare quelle di monsignor Bruno Schettino, arcivescovo di Capua e presidente della Commissione episcopale per le migrazioni. Ma anche proposte precise. «Si può cominciare a risolvere il problema dando a questi nostri fratelli il permesso di soggiorno e permettere così di distribuirsi su un territorio molto più vasto. Bisogna trovare modalità concrete per superare le rigidità della legge e determinare un’accoglienza per persone che sono venute da noi per trovare lavoro e dignità ». Qui la chiesa non si è mai tirata indietro. Il centro Fernandes, le suore nigeriane, i padri comboniani, un diacono permanente e due famiglie neocatecumenali. «Io stesso vado ogni tre giorni a Castel Volturno , e ci resto molte ore. Gli immigrati mi voglio parlare, si fidano, pensi che mi chiamano 'papà'...». Un impegno concreto perché «la chiesa, il volontariato devono dare risposte adeguate a quelle che sono le giuste e vere domande di questa povera gente. Oltretutto, sicuramente almeno il settanta per cento di loro sono cristiani».
 Monsignor Schettino ma davvero non è cambiato niente?

 C’è stata sicuramente una maggiore presenza dello Stato, anche con l’Esercito. Ma per essere sinceri il problema globale rimane ancora tale: il territorio ha una presenza eccessiva di immigrati. È una sorta di Africa in Italia. Qui gli immigrati si sentono più protetti, più accolti da una benevolenza generale. Nessuno è mai morto di fame a Castel Volturno . Certo ci sono momenti di frizione con la popolazione ma altrove ci sarebbero state sommosse. Sono convinto che Castel Volturno sia un grande laboratorio, umano e di fede. Insomma qui c’è tutto il male possibile però c’è anche tutto il bene possibile. Otre alle forze negative della camorra ci sono anche tante forze positive, gente che lavora, che si impegna, gente che piange e che aiuta.
 Ma può bastare il permesso di soggiorno?

 Non risolve tutto ma dà la possibilità, almeno in teoria, di andare altrove per trovare un lavoro. Perché il lavoro è fondamentale. E allora servono corsi di formazione professionale e di lingua, per avere lavoro qualificato e una vera integrazione. Solo così si evita che l’immigrazione diventi una sorta di riserva di manovalanza per la camorra.
 Perché la camorra non è stata ancora
sconfitta...
 Certo che esiste ancora. È la camorra che distrugge il tessuto economico, che non vuole lo sviluppo del territorio, che opprime i poveri, che li sfrutta. La camorra è il male. Ma c’è anche una mentalità camorrista, che è ancora peggio. L’una e l’altra insieme determinano una forte caduta di valori e di umanità. Ma la camorra non può essere l’alibi per non lavorare e attribuirle tutto, perché c’è anche una responsabilità personale di coloro che detengono il potere politico, economico, sociale e religioso. Dobbiamo lavorare per combattere il male ma anche per costruire il bene, l’uno e l’altro insieme. Lottare frontalmente contro la camorra ma anche creare un retroterra culturale, umano di opposizione, senza far chiasso ma dando risposte positive.
 Antonio Maria Mira

 Monsignor Bruno Schettino: il nostro caso doveva diventare una questione nazionale ma non è stato così e siamo stati lasciati soli Permesso di soggiorno per tutti per poter cercare un lavoro anche altrove

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È di 85 operazioni di polizia e 660 arresti tra gli appartenenti al clan dei Casalesi il bilancio della strategia investigativa ed operativa messa a punto dopo la strage di Castel Volturno dello scorso anno. È stato il ministro dell’Interno Roberto Maroni a sottolinearlo ieri a Caserta al termine di una riunione tecnica di coordinamento delle forze di Polizia delle province di Napoli e Caserta. « Un anno fa avevamo promesso un intervento non sporadico contro la criminalità organizzata – ha sottolineato il ministro – e oggi possiamo dire che l’azione di contrasto della camorra nel casertano costituisce il 'modello Caserta' da esportare anche altrove». E lo ha illustrato: «Oggi possiamo registrare che con più uomini sul territorio, un coordinamento eccellente tra forze dell’ordine e magistratura, una sintonia istituzionale in questo anno e mezzo si è perfezionata. Siamo in grado di definire l’azione di contrasto alla camorra come modello. Ora bisogna continuare in questa direzione con l’arresto dei latitanti Michele Zagaria e Antonio Iovine » . I due imprendibili boss latitanti da 16 e 15 anni, strateghi della camorra imprenditrice, con legami col mondo politico e economico.
Giornata di bilanci e di ricordi, quella di ieri. Mentre il ministro faceva il punto della situazione coi vertici investigativi, a Castel Volturno il volontariato ha voluto ricordare la strage con una messa e una preghiera. Prima la celebrazione, presieduta dall’arcivescovo di Capua, monsignor Bruno Schettino, presso la parrocchia di Santa Maria dell’Aiuto, affidata ai padri Comboniani. Poi un ricordo interreligioso, con Salmi e preghiere islamiche, davanti alla sartoria luogo dell’eccidio dei sei africani. Sulla vetrina da due mesi un cartello 'affittasi', ma nessuno si è fatto avanti.
Ma torniamo al bilancio del contrasto fornito da Maroni. Sono stati arrestati 19 latitanti, tra i quali due, Giuseppe Setola e Raffaele Diana, inseriti nel programma speciale dei 30 ricercati più pericolosi e quattro dell’elenco dei 100 latitanti più pericolosi. Il ricorso sistematico alle misure di prevenzione ha consentito di infliggere un duro colpo alle organizzazioni criminali, nei loro interessi economici, attraverso il sequestro di beni per un valore complessivo di 302.334.658 euro e successive confische per un valore complessivo di 6.110.000 euro. In particolare, tra il 19 settembre del 2008 (giorno dopo la strage) e il 15 settembre scorso sono stati sequestrati 207 tra appartamenti, ville e terreni, 79 tra autovetture, moto e natanti, 369 tra aziende, titoli, quote societarie, somme di denaro e depositi bancari. Maroni ha annunciato che si sta lavorando ad una modifica della normativa per accelerare il passaggio dai sequestri alle confische, ed ha confermato che entro fine d’anno sarà disponibile per i ministeri degli Interni e della Giustizia un miliardo di euro di denaro contante confiscato alla criminalità. «Serviranno anche – ha assicurato – per rafforzare il 'modello Casertà' ».
Antonio Maria Mira

Casalesi decimati con 85 operazioni e 660 arresti. Il ministro: ora vanno presi i latitanti Zagaria e Iovine